Un mio autoritratto? Avrei voluto avere i capelli della venere di Botticelli, il sorriso della Gioconda, gli occhi alla Picasso, il collo alla Modigliani, i colori di Matisse, il corpo scolpito da Canova e la grazia delle muse Preraffaellite; avrei voluto essere di una bellezza fredda e smaltata alla Otto Dix per giocare una partita a scacchi con Duchamp in un bar dalla grande vetrina come quelli di Hopper. Per il futuro mi piacerebbe rimanere impressa come un’icona pop di Warhol e volare nell’altrove come gli amanti di Chagall.
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mercoledì 28 gennaio 2015

Grosse Fatigue, Camille Henrot al MUSEO GUCCI


link WSI mag: http://wsimag.com/it/arte/12967-camille-henrot



So di non sapere. Socrate ci illuminò secoli orsono, con uno degli assunti filosofici più conosciuti di sempre. Dalla Grecia classica ancora questa presa di coscienza vive e interroga. Nel cuore della Firenze rinascimentale, il Museo Gucci che si affaccia invidiabilmente su Piazza della Signoria ospita negli spazi del suo contemporary art space l'opera video del 2013, Grosse Fatigue della giovane artista francese Camille Henrot a cura di Martin Bethenod. Meritatamente, dal mio personale punto di vista, premiato con il Leone d'Argento all'ultima Biennale d'arte di Venezia, la 55a, era stata fortemente voluta dal curatore Massimo Gioni e se ne desume anche il perché.

La Biennale Endiclopedica e Utopica gioniana trova una perfetta e corrispettiva, calzante anima gemella nel lavoro dell'artista francese. Grosse Fatigue è l'impossibile utopica presa di coscienza del saper di non sapere. E' l'infinito e bulimico succedersi di immagini. Un immenso e fagocitante lavoro di ricerca svolto non a caso al più grande complesso museale scientifico al mondo, lo Smithsonian Institute di Washington, che può vantare ben circa 142 milioni di pezzi nelle sue collezioni. Un film di 13 minuti che si muove a ritmo ancestrale di rap musicato dal compositore Joakim e dalla voce dello slammer Akwetey Orraca - Tetteh, che declama in "spoken word" una lunga poesia scritta in collaborazione con lo scrittore Jacob Bromberg. Dal sito dell'artista un breve ma significativo passo:

In the beginning there was no earth, no water – nothing. There was a single hill called Nunne Chaha.
In the beginning everything was dead.
In the beginning there was nothing; nothing at all. No light, no life, no movement no breath.
In the beginning there was an immense unit of energy.
In the beginning there was nothing but shadow and only darkness and water and the great god Bumba.
In the beginning were quantum fluctuations.

Genesi, evoluzione e probabilmente la fine del mondo. L'ambiziosa volontà di voler sovrapporre tutti i racconti scientifici, storici, mitologici, artistici, antropologici, la stessa artista racconta: "Nel mio video la volontà di universalizzare le conoscenze si accompagna alla coscienza che ho di questo atto. Vale a dire che nel momento stesso in cui aspiro a rendere il mondo abitabile mediante una totalizzazione soggettiva, sono anche consapevole della follia di questo tentativo è dei suoi limiti intrinseci".

Grosse Fatigue è sensorialmente affaticante. Davanti a noi si apre un desktop di computer e di pari passo alla declamazione vocale quasi sempre più pressante, in the beginning, in the beginning, in the beginning, si generano e si aprono molteplici finestre, quelle che il digitale ci insegna ad aprire con estrema velocità e facilita, che allo stesso tempo non permettono, diventano un limite fisico nell'assorbimento, nel porre attenzione a ciò che si sta manifestando.

E' allora che si viene travolti dal flusso inarrestabile, di suono, voce e immagine. Mani smaltate ad hoc, tartarughe, onde, biglie, pitture trecentesche, pagine di Wikipedia o libri illustrati scientifici, si mischiano a porzioni di corpi intenti a farsi una doccia, e ancora, animali imbalsamati, custoditi in maniera tassonomica, schedati, inquietanti, sinistri, vengono ripresi con ammirazione e sgomento al Museo di storia naturale parigino. In alcuni frame, soprattutto quelli dove le protagoniste sono mani femminili, talvolta con arance, uova o bulbi oculari, la regia visiva adottata mi ricorda come un flash l'immaginario pop surreale acido del duo Cattelan-Ferrari in Toilet Paper.

L'Henrot colleziona saperi, li sedimenta, li stratifica in maniera del tutto evanescente e digitale, è come se gli studioli, le wunderkammer cinquecentesche venissero proiettate fluidamente nello spazio immateriale della rete. E poi un click ed è un colpo di spugna, tutto quello assorbito fino a quel momento si dissolve e ricomincia l'aprirsi di nuove finestre. Un Mash Up visivo e sonoro stremante, faticoso, frenetico, estenuante. Un remix che diviene apologia dell'impotenza. Un'ossessione isterica. L'accumulo opulescente e virale. Non si può contenere il contenibile, la sensazione che si ha è quella di un eterno infrangersi, un irrompere più grande del grande, una diga spezzata, e il flusso non si può contenere, ci sovrasta folle. Non c'è fine, lo sguardo non può domare, e si china all'orizzonte dell'utopia.

Le immagini continuano sovrane aprendosi a enumerati saperi, e mi colpisce una che eleggerei quasi a emblema, un ranocchio è posto su un'iphone, ecco delicato irrompere il fragile e teso limen tra natura e cultura, la tecnologia ruba all'infazia l'antica fiaba naturale, se si bacia il ranocchio, c'è l'alto rischio che l'amore si proietti nel virtuale anziché nel reale. Quasi una burla, una beffa dei tempi post moderni. E poi l'atto masturbatorio, ma sempre delicato, l'Henrot ha una grande purezza e finezza formale in tutte le immagini che "spara" a ritmo di rap sono proiettili ad alta definizione. La storia a colpi di click. Una guerra all'ultimo sapere e il piacere sensuale dell'impossibilità di un godimento totalitario. Un piacere voyeuristico, che si declina in voyeur-ostico. Tra le infinite finestre compare l'inquadratura su un bacino femminile, e lentamente la mano candida scivola nelle mutandine.

Poi nuovamente un click e un colpo di spugna. Ecco altri interstizi di scibile che si aprono a noi. Alla fine tutte le finestre sono chiuse, e la cartella sul desktop troneggia minimale, una piccola voragine che prova a contenere l'incontenibile. Una matrioska virtuale che assume le sembianze di un archivio infinito, in continuo processo organico. Quello stesso infinito che si ritrova nell'unica scultura esposta, Tevau del 2009. Manichette antincendio arrotolate in un 8 rovesciato, appunto il simbolo del continuum. L'Henrot è poliedrica e ama sperimentare i più diversi materiali e tecniche. Tevau è il nome di un oggetto rituale melanesiano che simboleggia lo scambio in occasione di transazioni importanti come il matrimonio, destinato a ristabilire l'equilibrio. Nell'opera la natura diventa lo stesso flusso inarrestabile di Grosse Fatigue, in un continuo scorrere incessante di passato, presente e futuro. Mi viene alla mente il video La Pluie, project pour un texte del 1969 di Marcel Broodthaers.

Da capo, scrivere, sotto una pioggia incessante. Nuovamente, nell'impossibilità.
In the beginning.

Fino all’8 Febbraio 2015 al Museo Gucci di Firenze.

Federica Fiumelli













martedì 15 aprile 2014

Chiharu Shiota Silenzio e impossibilità


My Last article on Wall Street International Magazine

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/arte/chiharu-shiota_20140412102706.html#.U02JwVV_s_c

Enjoy!


REPORT - Japan, Arte

Chiharu Shiota

Silenzio e impossibilità



Gli anni della storia sembrano lunghi e lontani, ma in realtà non sono che un soffio, e gli avvenimenti apparentemente dispersi in quella dimensione della storia che è il tempo sono in realtà vicini e collegati da quel misterioso robustissimo filo che è la memoria degli uomini.
Andrea Rossi, In nome del petrolio, 1986.

La prima volta che incontrai l’opera di Shiota fu alla Strozzina di Firenze in occasione della mostraFrancis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea. L’installazione pensata dall’artista giapponese classe ’72 si chiama In Between ed è secondo me, un titolo esplicativo, un titolo che contiene appieno l’essenza della poetica di Shiota. Nei lavori dell’artista è proprio “fra”, “nel mezzo” delle cose, degli oggetti ripetuti e riproposti più volte, che ci sentiamo spaesati e attirati nei mondi di memoria collettiva.

Percorsi perturbanti e quasi claustrofobici, fitti reticolati di fili neri avvolgono e si dipanano nell’ambiente, tessendo ampi circuiti, e dentro queste reti ecco che possiamo trovare porte, fogli, lettere o valigie. Trace of memory, Letters of the thanks, Other side, tutto titoli che riportano in un altrove passato, quasi dimenticato, polveroso. Con le opere di Shiota ci si trova a diretto contatto con archeologie di memoria, archivi di oggetti appartenuti a chi sa quale ambiente, a chissà quale storia o persona.

Il nero travolgente, notturno, silenzioso, teso, dei fili che legano ricordi, è rigido ma leggero, riporta esattamente a un grafismo ipnotico e sofisticato di origine orientale. Quei fili neri sono tutte le parole disciolte nell’inchiostro che si fanno confini e tratti, lunghezze e ponti, una rete web che diventa fisica, interconnettendo accessi e oggetti-luogo che diventano mondi abitabili e inquietanti. Gli oggetti luogo, non sono che link abitabili dallo sguardo.

In Other side diverse porte, o di un bianco azzerante, o consumate e logore si presentano in successione, quasi interrogandoci, mettendoci di fronte ad una scelta; se tu voyeur disperso ti troverai davanti a uno di questi varchi avrai il coraggio di tirare la maniglia e spingerti al di là? Avrai il coraggio di tuffarti in un ginepraio infinito di trame, di legami di relazioni, di incontri? Avrai il coraggio di mischiarti nell’impatto con il disordine? Di entrare nel sottobosco dell’anima delle cose? Cosa non sono queste fitte trame nere di fili se non la vita stessa, se non la difficoltà e l’intreccio che ci mantiene collegati tra il mondo e la memoria?

Nell’arte di Shiota viene resa plastica una concezione fenomenologica di matrice, husserliana, la relazione e l’esperienza con e del mondo è messa al centro della riflessione artistica. Over the continent, presentata al National Art Center di Tokyo nel 2013, vede partire da un piccolo e microscopico punto una quantità fluttuante e pulviscolare di fili rossi che si dipanano nello spazio, ciascuno legato, o meglio ancorato a una moltitudine di scarpe di donne, uomini e bambini. Oltre i percorsi, i continenti, i confini geografici, questi astronauti, o esploratori distratti, sono i nostri antenati, sono tutti o nessuno, siamo noi, o saranno altri, cono essenze assenti ma presenti nello spazio della memoria, sono percorsi stati o da compiere. Sono passi in più, nell’avanti della speranza, una tensione, una spinta verso l’oltre, ma legati a un rosso del tempo battuto e trascorso, di un tempo accaduto e tinto con il tono del sorgere più acceso.

Over the continents però appare anche come un monumento funebre, una catalogazione di vittime, un’enumerazione macabra; vittime di violenza, solitudine, abbandono, guerra? La morte giace nel ricordo teso del filo rosso. After the dream mantiene un tono inquietante e onirico, surreale e fantasmagorico, lunghe vesti pallide diafane ed evanescenti fluttuano nello spazio di labirintiche diramazioni filose. Smaterializzate e terribilmente vuote, tunnel di lattea memoria. Appartenute e abitate da chissà quale corpo, anziano o giovane, chissà quale pelle ci scivolò all’interno e perché, e dove…

Silenzio e impossibilità, in un concerto solistico, immobile e danzante nel tempo, In silence, il pianoforte e la sedia sono prigionieri, sono ostaggi di un suono in decadenza; atonale e disperato, il flusso materico dei fili è un pentagramma infranto, (note spezzate e disperate, deserte, filacciose) nel quale la luce non può che filtrare ostacolata. Gli oggetti di Shiota ci lanciano un appello nello spazio dello sguardo, chiedono quasi di essere raggiunti per essere salvati, per non essere dimenticati si circondano di neri nostalgici e puri, asettici, simmetrici e stratificati. Sono oggetti stratificati dal passaggio di sguardi e ricordi, caricati all’ennesima potenza di un isolamento forzato, sono rinchiusi nella loro presentazione come scrigni trasparenti. Questi fili infiniti danno quasi fastidio, bloccano il respiro, ostacolano lo sguardo, intrappolano e sembrano risucchiarti, sembrano espandersi come virus contagiosi.

Shiota accumula e ripete, a volte distrugge bruciando come in Waiting del 2002, un agglomerato di sedie a cui dà fuoco, ma dà fuoco anche a pianoforti, ed ecco che tra le accumulazioni e le distruzioni si annida intrepido il ricordo di Arman, e ci viene riproposto un nouveau réalisme tessuto ossessivamente. Un'eco. Il tratto dei fili infinitamente neri di Shiota si scagliano nello spazio in maniera divisionista rendendo vibrante e infinitesimale l’atmosfera, sporcandola quasi. Cosa starà guardando quella donna dalla schiena neve e nuda, spoglia e isolata dalla finestra? La chioma scura muliebre prende vita in un fitto reticolato che si espande e srotola nell’ambiente. Una femminilità ragno che dà le spalle e proietta la visione nell’asettico altrove riscritto da quei tratti di inchiostro filamentoso.

Gli ambienti di Shiota possono diventare anche scenografie abitabili, dove i corpi rimangono appesi e sospesi atarassicamente, come Matsukaze il lavoro per il Théâtre Royal de la Monnaie, a Berlino. Epifanie mistiche e corporee. Cercando una destinazione, collettivamente, con le più disparate valigie con dentro ogni sorta di ricordo, di souvenir (come nell’opera Accumulation-Searching for the destination), l’esperienza della memoria si fa concreta, e siamo pronti per partire nella moltitudine di visioni, che si fanno salto nel vuoto, da cornici-finestre (come nell’opera A room of memory) in cui quello che è stato e quello che sarà si confondono.


Articolo di:  Federica Fiumelli