Un mio autoritratto? Avrei voluto avere i capelli della venere di Botticelli, il sorriso della Gioconda, gli occhi alla Picasso, il collo alla Modigliani, i colori di Matisse, il corpo scolpito da Canova e la grazia delle muse Preraffaellite; avrei voluto essere di una bellezza fredda e smaltata alla Otto Dix per giocare una partita a scacchi con Duchamp in un bar dalla grande vetrina come quelli di Hopper. Per il futuro mi piacerebbe rimanere impressa come un’icona pop di Warhol e volare nell’altrove come gli amanti di Chagall.

venerdì 12 febbraio 2016

Geometric Journey. #NoCurves Solo Show

link: http://wsimag.com/it/arte/19198-geometric-journey




Anche quest’anno in occasione di Arte Fiera il Poliambulatorio Giardini Margherita, struttura sanitaria privata che pone particolare attenzione al benessere psicofisico dei pazienti, proporrà sabato 30 gennaio alle ore 18, all’interno della sua sede, una mostra d’arte contemporanea nata dalla collaborazione con Spazio San Giorgio.
La scelta di quest’anno è No Curves, tape-artist noto al panorama non solo italiano per le sue opere realizzate con nastro adesivo e taglierino. "Il negozio di liquori si trovava al termine di una lunga file di insegne al neon, nel punto in cui la Hollywood Freeway tagliava il Sunset, linea divisoria fra le luci scintillanti e il buio della zona residenziale". (James Ellroy, Perché la notte)
La vita non si attacca solo sotto le suola delle scarpe, ma si insidia anche lì, insospettabilmente sotto una superficie adesiva, come di notte, un sospiro è uno strappo. Veloce si attacca senza rotondità di appello, il nastro adesivo si scaglia, si taglia, si sovrappone, si srotola sulle superfici più variegate. Dalla strada alla galleria, la linea non è che di passaggio, e non rimane mai, lei cade dritta e inaspettata, lei va, lei non è fatta per restare, solo per attaccare.
No Curves è già nel nome una dichiarazione d'intenti: "We believe in angles and straight lines." L'artista, uno dei più grandi esponenti della tape art ci invita a guardare il mondo da una linea retta a testa in giù. Nessuna curva, nessuna rotondità, nessuna forma languidamente morbida. Line is the new romantic, il cuore non ammette cerchi o semicerchi, quello che pulsa è la linea che scorre in overdose di superfici. Tutto è lineare, geometrico, essenziale. Rigore e rumore, di nastri che si dipanano.
L'immaginario di No Curves popolato soprattutto da miti ed eroi, da icone o leggende, nel contemporaneo dai punti di riferimento precari, si mostra per riduzione, semplificazione. Anche quando si tratta di pure forme geometriche o di paesaggi, le essenze vengono trattate con estremo riguardo lineare, lasciando all'osservatore una manciata di linee alla deriva dell'immaginazione. Nastri di adesivo si depositano lì tra porzioni di superficie a formare tracciati iperlineari dalla schiettezza super colorata.
No Curves guarda alla storia dell'arte, alle avanguardie, ai grandi maestri, dalla sintesi simbolista, alle geometrie spigolose del cubismo sintetico, al dinamismo futurista, alle astrazioni concrete di Mondrian, alle icone pop, al decorativismo anni Ottanta. No Curves sceglie, calibra, prende, taglia, organizza, allinea, spezza, sposta, piega, ama, odia, interpreta quelle strisce adesive colorate nell'ordine della propria economia visuale. Se al primo impatto le immagini ci sembrano autentiche grafiche vettoriali ecco che avvicinandoci scorgiamo una vera pelle formata da pieghe di materia, o meglio di materiale. A nastro, l'artista si eleva dall'imperante e fagocitante digitale per restare fedele alla linea, alla sua linea, l'analogico.
L'artista e la sua linea, data da rotoli colorati di scotch e un taglierino, ridonano alla manualità una voce, a fasi alterne, dimenticata. Il tocco di No Curves è evanescente, non ammette profondità se non un dialogo raffinato tra piani spesso trasparenti, che divengono ombre sottili, come lame, in perfetta sintonia o sincronia con le strisce colorate. Vibranti sovrapposizioni elettroniche. Il segno dell'artista, e non è inappropriato parlare di segno dato che la striscia adesiva a tutti gli effetti viene recisa-incisa sulla superficie o nello spazio alla stregua di una traccia a matita, è delicato, elegante, deciso, liscio, tagliente, aguzzo, ordinato, pulito, riservato definito, al gusto di un alcolico "strong". Fedele, la linea, non è fatta per restare, è già alla ricerca altrove chissà dove, di nuova vita da attaccare e alla quale attaccarsi.
Nuovi orizzonti, nuovi luoghi, nuove linee.
Federica Fiumelli










Ana Lupas. L’identità, dal locale al globale

link: http://wsimag.com/it/arte/18848-ana-lupas




Grazie alla solo exhibition proposta dalla galleria P420 di Bologna in occasione di Frieze Masters a Londra, ho potuto conoscere e approfondire da vicino il lavoro dell’artista rumena Ana Lupas.
Est. Classe 1940. Una fuoriclasse che ha fatto del suo lavoro più che un’estetica, un’etica dicotomica. Essere un’artista dell’est ha significato reagire al proprio ambiente naturale, ha significato essere sensibile a ciò, e per sensibile si intenda il senso baumgartiano del termine, una sensibilità dunque inequivocabilmente legata alla conoscenza, all’appartenenza delle emozioni.
La poetica della Lupas si dipana glocalmente, l’artista profondamente radicata alla propria terra ha saputo indubbiamente, tramite performance e installazioni, coinvolgere attivamente gli abitanti autoctoni ed è riuscita tramite altre opere a parlarci di temi filologici come l’identità. Dal locale al globale, quasi sussurrando. La dicotomia dei lavori è riassunta nella ruvida eleganza che l’artista ha sempre avuto, l’attenzione verso le tradizioni e il folklore, ma allo stesso tempo l’esigenza di essere una voce fuori dal coro, non per vanità, ma per pura essenza, un’artista imbevuta fino al midollo di quel sentire avanguardistico che ha segnato precisi e decisivi momenti nella storia dell’arte. Tra archetipi e sperimentazione. Fuori dagli schemi che il mercato ha sempre dettato.
Una linea opulenta e irregolare quella che attraversa il tempo. Il suo tempo, il nostro tempo. Perché di tempo si parla nei suoi lavori, di dedizione, quella dedizione quasi sacrale che si dona come impilando i grani di un rosario, di umiltà, di materia grezza che non eccede mai fuori dalle righe, che trova un equilibrio in un mondo, a volte, troppo lontano dalle origini. Quella della Lupas è un’etica biologica che trae la propria spiritualità nello spazio.
L’artista come iniziatrice di processi e come antropologa, psicologa, come una sciamana provocatrice di profonde intuizioni, coinvolgendo l’altro in un comune gioco poetico. Mai patetico sempre critico. La Lupas parte dall’organico, dal fisiologico, dal deperibile, dall’effimero, parte da fibre naturali, pelli, steli di grano, ma anche ossa, legno, tessuti. La sua è una geografia tattile che si perde nell’intensità della struttura, tra architettura e spirito. Frammenti interconnessi e sapientemente intrecciati. Un esoscheletro di romantica perseveranza.
L’identità è un luogo tellurico e prismatico meno liscio di quanto si possa immaginare, e se l’aspetto minimale delle opere ci concede una pulizia di sguardo, la profondità non è che lì nella superficie, nella mobilità e sinuosità di certi intrecci, nodi, cuciture, pieghe, usure, strappi. Ancora una volta una dualità che ci concede il lusso di essere intimamente umani.

Opere

Flying machines
Ana Lupas, Machine for flying through the Woods, 1973, various materials, cm. 265 x 201 x 30
L’assemblage materico, come il titolo annuncia, rimanda a qualcosa di altro, a un “attraverso il quale”. Si presenta come un’opera priva di orpelli, tra leggerezza e minimalismo, garze, lana, legno, canapa e cuoio. I materiali sono visivamente soppesati in una grazia raffinata, non pretenziosa. L’essere macchina come l’essere umano richiede tanti diversi pezzi in coesione fra loro, e questa biodiversità non è che l’ascesa in uno stato di natura.

Coats
Coat for reaching the Heaven, Coat for reaching the Purgatory, Coat for reaching the Sun sono tutti lavori del 1964. La forma tessile invade lo spazio a metà tra l’essere scultura e l’essere architettura. La preziosità di questi patchwork identitari sta nell’essere una seconda pelle, una vera e propria rete di intrecci, nodi, rilegature, dove subentra un discorso quasi erotico sul pattern e la composizione. La diversità e la complessità dell’essere umano è una battaglia quotidiana costante in e out. Le cuciture, le diverse texture, i tagli, sono luoghi di scontro edincontro tra il corpo e lo spirito che l’occhio può solo indossare.

Humid Installation, 1970, four color photographs (printed in the 70s), cm. 40 x 61,5 each (cm. 80 x 123 overall)
1970. Nel villaggio di Mârgãu in Transylvania, si compì un atto collettivo catartico, dall’intima intensità. L’artista radunò più di cento donne invitandole a stendere le proprie lenzuola pulite in linea lungo i verdi pendii rumeni. La ri-contestualizzazione di un simile gesto quotidiano e domestico divenne così un atto estetico tramite il quale le persone poterono attuare un processo di identificazione. Humid Installation trae la proprie radici dall’azione del 1966 The Flying Carpet e può essere considerata a tutti gli effetti un proto intervento di land art effimera. Le componenti di spazio e tempo rimangono di fondamentale importanza per un lavoro che, anche se ripetuto con differenti modalità, rimane ogni volta unico nelle proprie finalità. La memoria di questi delicati tessuti umidi diventa una stretta spirituale, una morsa al proprio sé tra nuvole e lenzuola. Dall’alto le linee bianche che si sono create nell’ambiente fungono da scrittura, maestosamente silenziosa, che richiama all’appartenenza, alla ricerca di un’ancestralità perduta. Di preziosa leva anche i disegni preparatori, che dimostrano nella traccia l’intenzione di un processo.

Identity Shirts
First generation, second generation, 1969
Oggetti non funzionali, dai contorni indefiniti, dall’identità incerta, complessa, vaga, sfumata. Reminiscenze di capi d’abbigliamento. L’artista suddivide per gruppi, per generazioni, i seguenti lavori. Quelli di prima generazione si avvicinano a una texture densa di un grafismo che a tratti si fa più intenso e a tratti più leggero. L’unione di cucito che sia manuale che sia a macchina si mescola al sapore della grafite, per una geografia livida che ben rappresenta il concetto di identità. L’identità si fa traccia di un’idea. I lavori della seconda generazione presentano una “pelle” più stratificata, più volumetrica, più sezionata. La texture sembra espandersi in maniera rigorosa nei precisi confini di una geometria inscatolata, dalle nuances opache e terrose, originarie. Corrosione, lacerazione, tutto porta a un’inevitabile consumazione della bios.

The Solemn Process
1964. Installazione dall’intriso misticismo pensata esclusivamente per ambiente rurale. Come di consueto l’artista scelse materiali deperibili, come grano, paglia, canapa, cotone, legno. La caducità e fragilità materica sembrano rafforzare paradossalmente la poetica dell’artista. Le strutture corporali create erano rigorosamente effimere, opulescenti, tattili, fluttuanti, con una trascinante plasticità nelle proprie forme, in grado di occupare e modificare l’ambiente circostante. Anche in questo caso l’artista seppe mantenere un duplice sguardo, quello della sperimentazione di nuovi linguaggi artistici e quello legato alla tradizione, ai valori di un artigianato che riscopre nella propria manualità una forza interiore quasi magica.

Federica Fiumelli













venerdì 11 dicembre 2015

Laura Guerinoni - TRAMA @ spazio MOO, Prato

 


Cos’è la memoria, se non l’ordito del nostro tempo?
Il tempo bugiardo, regalato, offeso, pregato, consumato, lacerato, dimenticato, annodato, annegato e amato. Il tempo perso, ma soprattutto quello che non ci diamo, perché non sappiamo aspettare.
Una sensualità e una tattilità che il tempo ha perduto. E allora occorre ritornare alla materia.
Una sosta alle origini alla ricerca della cima del filo.
La poetica di Laura Guerinoni recupera una sensibilità perduta, verso un’esistenza primordiale, delicatamente rude. Un lavoro di tradizione e traduzione, manualità e memoria si ritrovano coinvolti in un dialogo imperfetto.
L’artista utilizza materiali grezzi, in particolare modo fili, tessuti e canapa.
La pazienza e l’artigianalitá domano le superfici selvagge e incolte che si piegano al gesto ossessivo e perentorio della maglia, del legame che ci parla di una fragilità complessa per la sua semplicità.
…E tesse “trame di un canto”. Epica, calda, mediterranea.
Il lavoro della Guerinoni é di composizione e ricomposizione dell’Io con la natura, con la bios, con l’organicità dell’esistenza. In ogni lavoro è forte il richiamo a qualcosa di lontano che ci appartiene, qualcosa che si antepone a noi, un’ancestralitá ereditaria. Un odore forte.
Come i processi di mitosi e meiosi, il cellularismo intrinseco alle opere dell’artista ci apre ad un respiro forte e deciso di ritmo vitale.
La caducità dei legami e della memoria diventano una lode alla fragilità dell’esistenza, della materia che si attacca nei pensieri e sotto le suole delle scarpe esattamente come fa la vita.
Le creature marine, le sospensioni, le cellule, tutto riconduce ad un’organicità imprenscindibile, l’attenzione all’infitesimale e al microbiotico, viene celebrata in spazi altri, come quelli della galleria dove le opere si trovano a dialogare in una dimensione archetipica con gli spettatori.
E allora occorre ricongiungersi alla memoria e perdersi tra quelle trame silenziose. Tra le pagine di un libro d’artista, tra riduzioni di segno che portano all’assenza e delicate pieghe di stoffa.
Perché i tempi della memoria, sono come la Merini scriveva a proposito dell’amore per i colori:
“… tempi di un anelito inquieto, irresolvibile, vitale, spiegazione umilissima e sovrana dei cosmici “perché” del “nostro” respiro.

Federica Fiumelli










Joachim Schmid, Souvenirs

link: http://wsimag.com/it/arte/18113-joachim-schmid





Prima trovare. Poi cercare.
Jean Cocteau, (Diario di uno sconosciuto, 1952). 

Un artista accidentale. L'occidentale Joachim Schmid ha reso il fortuito senza frontiere. Souvenirs, personale italiana alla galleria P420 di Bologna rende omaggio alla matrice più consistente della sua poetica: il viaggiare. Un meta viaggio, un viaggio nel viaggio e nel medium della fotografia.
Critico fotografico, saggista, editore, già attivo nella scena tedesca dal 1980, nel 1982 fonda e autoproduce la rivista Fotokritic, un vero manifesto-veicolo del suo pensiero e della sua ricerca. Ho iniziato con una definizione ben precisa, artista accidentale. Una definizione data da John S. Weber, uno degli autori del libro Photoworks 1982-2007 che ben analizza e illustra il lavoro di Schmid e della quale mi sono servita per una ricerca personale. Basically everything is worth looking at, uno slogan che ancora di più racconta la volontà dell'autore, ops, no, autore no. Schmid punta in maniera decisiva l'interrogativo sulla questione della natura dell'autore e dell'intenzione artistica nella "post-romantica e post-duchampiana tradizione occidentale".
Lo Schmid che apprezza August Sander e Robert Frank guarda alla fotografia in una maniera del tutto personale, per alcuni impopolare, qui non c'è interesse per la bella foto, la foto d'arte, classicismi, o composizioni di ogni genere, "milioni di fotocamere, milioni di persone che producono milioni di immagini" siamo ustionati, inglobati, fagocitati, schiaffeggiati, oltraggianti, quasi beffati dalle nostre stesse immagini, che impazzano a una velocità incontrollabile. Ecco allora l'urlo della poetica che esplode come un ordigno sotto la neve: "No new photographs until the old ones have been used up".
Occorre vedere anziché guardare. L'esercizio al quale siamo richiamati è una presa di consapevolezza verso quello che già c'è, in una guerra visiva che sembra non conoscere limiti. Nessun scopo scientifico nessun scopo estetico. L'artista, anziché un collezionista di immagini abbandonate, dimenticate, gettate, calpestate, si definisce come un "gatherer" (che se nessuno conoscesse l'inglese suonerebbe come una parola per definire quasi un gentiluomo). Ma gentiluomo probabilmente lo è verso tutto quello che già esiste e non riesce a trovare una dignità di attenzione.
Schmid assembla quello di cui ha bisogno e scarta il resto. Si immerge in oceani di immagini altrui, di immagini OFF, di immagini borderline, di immagini outsider, di immagini fuori. Tutto ciò ce lo racconta la serie (che più ho amato) Bilder Von Der Straße dal 1982 per trent'anni l'artista ha raccolto tutte le fotografie che ha trovato in luoghi pubblici, centinaia e centinaia di immagini tra 25 diversi Paesi e 123 città. Le found photographies sono state montate su cartoncino. Ed ecco un affascinante susseguirsi di storie, persone, interstizi di umanità, per un’archeologia in progress dell'esistente. Le crepe, i tagli, l'usura del tempo che attraversa, e logora, consuma, infrange, spezza, divide, erode, scompone l'immagine. Tutto ciò regala un fascino unico davanti a quella moltitudine accidentale. Altra definizione che ho gradito particolarmente nel saggio di Weber relativa a Bilder Von Der Straße è stata quella di paragonare questa serie al "Salon dea Réfusés, un anti-museo dei gettati via, una spazzata archeologica attraverso le vie della vita contemporanea".
Stephen Bull, altro autore del libro, intitola il suo saggio: "l'autore elusivo". E Schmid ben rappresenta l'idea di un autore evasivo, fuggevole, inafferrabile. L'artista gioca a nascondino. Come già affermato da Weber: "Schmid fa esplodere la nozione di stile personale e autore". Archiv (1986-1999) altra serie importante in mostra. Qui Schmid recicla e gioca indagando in maniera analitica la fotografia popolare internazionale attraverso il XX secolo. Polaroid, fotografie di studio, cartoline, foto commerciali, foto di persone scomparse, immagini prese dai giornali - successivamente raggruppate e classificate con criteri di similitudine. Il progetto suggerisce una tassonomia sulla fotografia popolare senza seguire un chiaro metodo di classificazione, interrogandosi comunque su quest'ultima.
Joan Fontcuberta, fotografo, docente, saggista, curatore e scrittore spagnolo definisce il lavoro di Schmid, un lavoro di "ecologia visiva". Tra eccessi e saturazioni di immagini dobbiamo imparare a reciclare, "un recupero nel complesso del residuo". Se le istituzioni e la storia hanno da lungo ignorato certo tipologie di foto, Bilder Von Der Straße e Archiv con ironia, satira e un certo senso di assurdo reclamano e celebrano gli everyday pastimes and common desires.
Schmid curatore del trascurato, del dimenticato, dell'orfano. In Viaggio in Italia del 2015 otto stampe a inchiostro pigmentato si susseguono. Sgranate, non definite, i protagonisti che vi appaiono in forma pixelata sono i non protagonisti per eccellenza, ovvero tutte quelle presenze umane delle classiche cartoline. Ecco che allora il viaggio in Italia si trasforma in un meta viaggio, un viaggio nel viaggio all'interno della fotografia stessa. Schmid ci restituisce le note che nessuno legge. Security Check del 1985-1987, otto scatti in bianco e nero del personale di sicurezza scattate durante il controllo bagagli, ancora una volta, è palese l'interesse non per fini estetici ma per processi e mezzi. Reseinfotografie del 1984 è la raccolta delle immagini scorrevoli delle macchine fotografiche gioco totali per turisti. Come per le cartoline, Schmid pone alla nostra attenzione i meccanismi che può innescare l'osservazione critica di tipologie fotografiche scontate e sbeffeggiate come quelle prettamente turistiche, sottovalutate e banalizzate.
E infine Souvenirs, lo Schmid Flâneur, riunisce le fotografie dei cucchiaini raccolti durante 25 anni di viaggi, di aeroporti, di attese, di gusti e forme diverse. Osservando la mutazione formale delle esili posate, mi torna alla mente il Viaggiatore solitario di Tondelli, a volte si sfiorano le persone come si sfiora lo zucchero, si gira intorno ad abbracci, abbandoni, storie, vissuti, come si gira il caffè con il latte. Ad ogni modo Tondelli associò il viaggio autunnale alla perdita di voce, al recupero del silenzio. Questa mostra è un viaggio silenzioso tra la moltitudine dell'esistente, è come se l'artista ci invitasse al silenzio. Basta produrre foto. Occorre vedere quello che già c'è. Basta rumore. Un artista che mi azzardo a dire pasoliniano, con la fiducia per un progresso che è visione consapevole.

Federica Fiumelli 







domenica 1 novembre 2015

roBOt XLR8 Un prisma sonoro





Un prisma sonoro dalle sfaccettature che vincono. Questo è XLR08. Un tag che cela la forza di molti che credono in questo progetto.

Il roBOt giunto all'ottava edizione dimostra letteralmente il fil rouge di quest'anno: in accelerazione. E lo dimostrano i numeri. Oltre 21.000 ospiti tra Teatro Comunale, Palazzo Re Enzo, Palazzo d’Accursio e Fiera di Bologna, considerando anche le tante location off coinvolte (Collegio Venturoli, Dynamo, LOFT Kinodromo, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, Kilowatt, MAST e TIM#WCAP).

Il sold out è stato registrato durante la preview al Teatro Comunale e per la prima volta anche durante tutte e quattro le serate a Palazzo Re Enzo (da mercoledì a sabato). La Fiera, pur non registrando il sold out (il sabato ha totalizzato il doppio di presenze rispetto al venerdì), si è confermata come spazio all’altezza di un grande evento di musica internazionale. 160 operatori tra security, vigli del fuoco e esperti sulla riduzione del danno, tutti concentrati sui controlli per la sicurezza della manifestazione, coadiuvati da oltre 110 volontari. Sono stati accreditati 140 giornalisti, tra quotidiani e radio locali, tv e testate nazionali ma anche blog e webzine di settore. Di questi ben 40 stranieri, arrivati a Bologna da Francia, Spagna, Inghilterra e Germania appositamente per seguire la manifestazione. Un evento che ha mappato la città di Bologna tra sonorità elettroniche e installazioni artistiche, un evento-vento di curiosità e interesse verso il mondo culturale contemporaneo.

Cosa porto con me di questo roBOt? Imparerò ad andare senza mani, proprio come suggeriva l'opera esposta da Dynamo del duo di artisti Antonello Ghezzi, a inchiostro luce di wood, il messaggio rimane indelebile nel buio del tunnel. Che il mondo è complessità. Che vada al diavolo il pensiero liberale della geometria euclidea. In una dimensione altra, frattale, ci porta l'opera FRACTUS#1. I protagonisti, i solidi platonici: un tetraedro e una piramide a quattro facce formate da triangoli equilateri, la strutturalità grafica luminosa, il buio come spazio del possibile, la rappresentazione sonora. Un miscuglio di regole e imprevedibilità ci immergono nel caos deterministico.

Interessanti i lavori video di Alice Dalgalarrondo, Boris Labbé, Gianluca Abbate e Virginia Eleuteri Serpieri. In Contingent Cartographies, Fluid Identities la Dalgalarrondo partendo dalle immagini di Google Street View cerca di creare una particolarissima narrazione attorno a un vagare per immagini apparentemente randomico. La quotidianità slegata diventa invece un percorso coerente e sorprendente. Labbé intitola il suo lavoro già con una parola che ritengo fondamentale per il contemporaneo, Rhizome. Dal micro al macro tutto nell'universo è interconnesso. Interazioni, costruzioni, ricostruzioni, combinazioni. Tutto è in continuo divenire. L'artista ci immerge in mondi ciclici, dove il loop diviene sinonimo di rigenerazione e rinascita.

Microbioma del duo Eleuteri Serpieri e Abbate è una ricerca priva di forzature di senso, nessuna predeterminazione. Un oceano di immagini all'infinito. In Panaroma invece Abbate (vincitore della call legata a roBOt Buenos Aires) premiato anche al Torino Film Festival racconta le evoluzioni del concetto di "polis", un caos visivo inglobante immerge lo spettatore in ritmi fagocitanti. Si parla dei confini della città, della possibilità di fuggirne, della paura di un ritorno, pena l'esclusione.

Tanti altri artisti coinvolti, tanti nomi, come {movimentomilc}, Yuri Anacarani, Samuel Kerridge, Deep Orchestra, Fuse, Carrie Elston Tunick, Evil Twin, Francesca Fini, Gagliardi&Natale, Glenn Marshall, How to cure our soul, Iocose, Irene Fenara, Junkfood 4tet Piccinini, Matteo Amaral, Mogano w/fax, Perletta Jobin XX+XY visual, Shivkumar Kappala Venkata, Tarsi/Fauve! Gegen a Rhino. Dai dadi triangolari duchampiani di questi ultimi, dall'aleatorietà dell'opera dall'arte alla sua sospensione, come nell'installazione di Luca Pozzi a Palazzo Re Enzo.

Una spugna luminescente in levitazione elettromagnetica su un basamento ottagonale: One church one column rappresenta la capacità di un attore di assorbire a distanza l'informazione circostante. Spazio, tempo, luce e memoria storica si comprimono nel micro-spazio di un oggetto fluttuante. Ecco come ci si sente. Sospesi ci torniamo tra virtualità e fumosità nell'installazione al Collegio Venturoli di Cinzia Campolese. Nel buio di una stanza, un pannello riflettente domina l'intero spazio, situato proprio al centro. Due proiettori che ai due lati del pannello ci regalano un flusso continuo di immagini che si incontrano, scontrano e si fondono tra loro. Con il sound design di Trespur, Continuum vince la call4roBOt con la seguente motivazione: “Un'opera inedita che nella gypsoteca del collegio Venturoli ha trovato, coraggiosamente, perfetta cornice. Continuum si è trasformata in apparato scenografico, mettendosi ampiamente in relazione con lo spazio e il pubblico; un lavoro sulla luce nello spazio, molto legato a poetiche come la Light Art (pensiamo a Anthony McCall), rappresenta una possibile via di sviluppo e di mediazione tra interazione ed entertainment basata sull'esperienza sensoriale".

Nel cuore porterò sicuramente anche la serata di sabato sera in zona fiere, l'immensità di quello spazio ha saputo contenere la fantasia elettronica autunnale di numerosi artisti. "A cielo aperto" come recitava un'installazione presente, sono piovuti nella mio sentire, indelebili, SIRIUSMODESELEKTOR, Siriusmo, e Modeselektor, amici e fautori di uno dei live set che ha sbancato l'Europa in questo 2015, (vanno ricordati di non minor importanza anche i siderali visuals a firma Pfadfinderei).TRENTEMØLLER, le sue ricerche tra minimalismo e sperimentazione, un capitano di scenari spaziali, raramente in consolle, ci torna da uno che sa il fatto suo, a ritmi sofisticati ma densi e decisi. E infine i THE MARTINEZ BROTHERS, un giovane duo che apre letteralmente le orecchie, che spara dritto dritto ai sensi, un dj set da paura che non ha lasciato assolutamente delusi. Al via lo spirito della house, quello più puro, edonista e oltraggioso.

Qualcuno con la mente è rimasto sicuramente là con un #XLR8 stampato a fuoco. Perché #XLR8 è il XXI secolo, è una filosofia, sono gli artisti, è la musica elettronica, è la società contemporanea. Siamo noi.

Federica Fiumelli