Un mio autoritratto? Avrei voluto avere i capelli della venere di Botticelli, il sorriso della Gioconda, gli occhi alla Picasso, il collo alla Modigliani, i colori di Matisse, il corpo scolpito da Canova e la grazia delle muse Preraffaellite; avrei voluto essere di una bellezza fredda e smaltata alla Otto Dix per giocare una partita a scacchi con Duchamp in un bar dalla grande vetrina come quelli di Hopper. Per il futuro mi piacerebbe rimanere impressa come un’icona pop di Warhol e volare nell’altrove come gli amanti di Chagall.
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sabato 25 giugno 2016

Irene Fenara, Se il cielo fugge @ADIACENZE






"Forse sei troppo giovane per capire, alla tua età io non avrei capito, non avrei immaginato che la vita fosse come un gioco che giocavo nella mia infanzia a Buenos Aires, Pessoa è un genio perché ha capito il risvolto delle cose, del reale e dell'immaginato, la sua poesia è un juego del revés." 


L'opera Se il cielo fugge della giovane artista bolognese Irene Fenara, pensata per i nuovi spazi di Adiacenze, che dopo sei anni di attività si rilancia e si rimette in gioco con nuove proposte culturali, funziona alla stregua del gioco del rovescio narrato da Antonio Tabucchi. Le puéril revers des choses, la citazione di Lautréamont che apre il libro dello scrittore pisano, ci annuncia e sussurra qualcosa. 


Se il cielo fuggisse veramente saremmo costretti a ridefinire i nostri punti di vista, proprio come ha scritto Maria Vittoria Tagliati nel testo critico dell'esposizione. L'opera accompagnata dalla composizione sonora di Francesco Privato, artista sonoro e dj producer legato alla produzione di musica elettronica e rivolto verso una ricerca artistica più sperimentale, gioca con noi riflettendo sul senso e sull'essere della visione, ma non solo, anche della produzione artistica, come la pittura o la fotografia. L'artista infatti riprende il concetto della fisiologia dell'occhio umano e l'opera diventa una metariflessione sulla rappresentazione.

Che cosa è veramente rovesciato? Chi osserva o chi è osservato? A metà tra il possibile e l'impossibile, l'orizzonte che coniuga mare e cielo diviene limen finissimo, e come una linea incerta pronta al naufragio sembra essere scritturata da Christopher Nolan. La finzione è da sempre l'ombra legata al reale, e la connessione tra le due è talmente importante e imprescindibile che l'arte è sempre pronta a ricordarcelo. 


Entrando nelle stanze di Adiacenze si è subito risucchiati nella vertigine, elemento che funge da cardine nel modus operandi della Fenara. Nella vertigine l'elemento del precario è seducente tanto quanto imminente e la paura di qualcosa di nuovo che spiazza le nostre percezioni stabilizzate è talmente grande che talvolta gestirlo diventa un compito assai arduo. Un video, una proiezione, la partitura sonora, e l'architettura spoglia del luogo espositivo. Questi gli oggetti costitutivi del site specific. E poi i calanchi delle colline bolognesi e il mare di Rimini, i riferimenti geomentali dell'artista. 


La dimensione spazio/tempo si increspa nel movimento vuoto di un mare che è limite e parte complementare e speculare di un cielo che appunto rifugge. Il cielo non sta più inchiodato all'insù e si sveste delle solite certezze, sfida la gravità e si ancora al sogno. L'abbandono affianca così la vertigine in balia di un totale smarrimento. Le convinzioni, come le posizioni vacillano e si disperdono nelle sonorità. 


Cito qui, le parole di Albert Camus in Il mito di Sisifo: "Pensare non è più unificare, render familiare l'apparenza sotto l'aspetto di un grande principio; pensare è imparare nuovamente a vedere, a essere attenti, è dirigere la propria coscienza, fare di ogni idea e di ogni immagine, alla maniera di Proust, un luogo privilegiato".

I paesaggi scelti dall'artista sono appunto luoghi privilegiati, pronti ogni volta a voltarsi, a girarsi, rovesciarsi, capovolgersi, contraddirsi, ribaltarsi e mettersi in discussione. L'unità contraddittoria proposta dalla Fenara ci trascina in una dimensione altra, ristabilendo il gioco come elemento primario per riscoprire le proprie facoltà cognitive. Con audacia e un titolo che farebbe da incipit a una narrazione poetica, Se il cielo fugge non lascia che la voglia di una visione nel e del vuoto. 



A little conversation


Irene, se il cielo fugge, l'artista Fenara dove rifugge? (Se rifugge)

Non tanto la fuga, quanto la caduta mi attrae. Non scappo ma ci cado dentro. Sono, forse, un “cascatore” che precipita, buttandosi, lasciandosi andare, spostandosi dall’alto verso il basso o viceversa, mosso dal proprio peso interiore.

Nella tua poetica, la parola vertigine ha sempre una significanza rilevante e riesci sempre a raccontarla attraverso le tue opere o interventi a colui che osserva, in maniera eloquente. Ce la potresti definire a parole?

Quella che voglio raccontare è una vertigine emotiva e il tentativo di familiarizzare con questa esperienza, che esprimo attraverso la sensazione fisica. Per me una vertigine emotiva è una scelta, è caderci completamente dentro. Familiarizzare con la vertigine significa praticare, conoscere ed esperire la sensazione come fanno i bambini, che trovano una forma di piacere nello smarrimento prodotto dal disequilibrio, dal vortice e dal girotondo. La vertigine, nella sua forte simbologia, consegue la ricerca dell'equilibrio, della stabilità e della felicità, ricerche che non trovano conclusione se non nella comprensione del loro essere fluide e ondulatorie. Un equilibrio fatto di continui bilanciamenti tra gli opposti in un perpetuo movimento. Ed è nel movimento o muovendosi rispetto ad altri oggetti che la vertigine cresce, sui mezzi di trasporto e con la cultura della velocità che accorcia gli spazi e aumenta le possibilità di spostamento. Quando crediamo di poter arrivare dappertutto, di sapere tutto, di avere tutto ribaltare i punti di vista può essere salvifico. Crediamo e pretendiamo di vedere dappertutto ma la visione dipende strettamente dalla gravità e quindi dalla nostra relatività.

C'è un artista che fin da quando ti sei avvicinata all'arte ti ha particolarmente ispirata? E c'è qualcuno che invece ritieni esserti lontano come approccio creativo?

Gli artisti di ispirazione sono tantissimi, mi limito a parlare di quelli che ho guardato molto, prima e durante la costruzione dell’installazione Se il cielo fugge. Mi sono ispirata soprattutto ad artisti come Bruce Nauman e ad artisti che hanno lavorato e lavorano in una situazione intermedia tra arte e cinema con un distacco dai linguaggi codificati a favore di una ricerca formale. Ho guardato la sperimentazione filmica del Cinema strutturale, in particolare quella di Michael Snow. Quello che mi affascina del Cinema strutturale è il perseguimento di forme semplici, in cui è la forma che produce il significato ancora prima del contenuto narrativo che tende ad azzerarsi. Lo strumento linguistico o il linguaggio diventano forme di pensiero in cui gli elementi essenziali che permangono creano il senso. In Se il cielo fugge ho utilizzato un movimento all’indietro e ribaltato che si concentra su una prospettiva centrale. Visivamente la vertigine è causata dalla vista delle linee prospettiche verticali fortemente in fuga. La prima forma di questa vertigine è riscontrabile nella prospettiva rinascimentale nata dall’intersezione sull’orizzonte apparente delle linee di fuga. Le linee fuggono come il cielo. Mi interessa la capacità gravifica della prospettiva, che promette una precipitazione nell’abituale percezione.

C'è un'opera che ha cambiato il tuo modo di guardare, osservare e percepire lo spazio/tempo?

L’opera del filosofo e urbanista esperto di nuove tecnologie Paul Virilio. I suoi scritti sul modo e sulla velocità con cui la tecnologia si sviluppa e influenza tutto il resto, soprattutto la percezione dello spazio-tempo. Mi interessano moltissimo i modi con i quali la tecnologia cambia anche il nostro modo di vedere, sui dispositivi della visione e sulla visione delle macchine. A volte pensando a Vedute, un video che ho fatto nel 2013, non posso non affermare che non avrei potuto idearlo se prima non avessi visto le immagini satellitari di Google Earth. Ho infatti ripreso muri scrostati e ammuffiti aggiungendo alle immagini in movimento l’audio dell’interno di un aereo, come metafora di geografie e paesaggi visti dall’alto. Questo mi fa riflettere sulle infinite modalità con cui la tecnologia agisce e ha agito sulla nostra capacità di osservazione e interpretazione di ciò che ci sta attorno.

In un mondo impossibile, dove tutto è il rovescio di tutto, che immagine possibile può resistere all'apocalisse dell'incomprensione?

Mi viene in mente un racconto per bambini, ambientato in un paese dove tutto è al contrario e in cui i bambini devono tenere in disordine le proprie stanze se non vogliono rischiare di andare a letto senza cena. È una storia che, esasperando certe situazioni, fa riflettere su abitudini che già abbiamo e che fanno sembrare logiche cose assurde, tanto assurde che sembrano già ribaltate per come le conosciamo. Il mito del mondo alla rovescia è ormai consolidato e indica un’aspirazione a orientare e ordinare il mondo in un modo tendenzialmente migliore o semplicemente nuovo. Quello che rimane è forse una consapevolezza sull’importanza della diversità né giusta, né sbagliata semplicemente altra.

Dove fugge l'arte, oggi, secondo la tua visione di giovane artista? Ammesso e concesso che fugga.

L’arte che fugge, scappa da un pericolo. I pericoli sono riscontrabili, forse, nel disorientamento che comporta l’allargamento dei confini dell’arte. Oggi si è aperto un vastissimo orizzonte nel quale è facile perdersi, ma dove si possono anche trovare nuove opportunità. Io credo che le nuove opportunità siano nella produzione o nella messa in evidenza di un qualche tipo di differenza nello sguardo, nel pensiero, nel modo di fare cose e scelte. L’arte è una via che può permettersi di andare a indagare il particolare, il dettaglio, la piccola storia. Diventa un modo di guardare e conoscere il mondo. Il mondo è molto più complesso, sfaccettato e imprevedibile di quel che siamo soliti pensare e forse l’arte, allargando i suoi confini, ci si avvicina.

Federica Fiumelli









domenica 1 novembre 2015

roBOt XLR8 Un prisma sonoro





Un prisma sonoro dalle sfaccettature che vincono. Questo è XLR08. Un tag che cela la forza di molti che credono in questo progetto.

Il roBOt giunto all'ottava edizione dimostra letteralmente il fil rouge di quest'anno: in accelerazione. E lo dimostrano i numeri. Oltre 21.000 ospiti tra Teatro Comunale, Palazzo Re Enzo, Palazzo d’Accursio e Fiera di Bologna, considerando anche le tante location off coinvolte (Collegio Venturoli, Dynamo, LOFT Kinodromo, Museo Internazionale e Biblioteca della Musica, Kilowatt, MAST e TIM#WCAP).

Il sold out è stato registrato durante la preview al Teatro Comunale e per la prima volta anche durante tutte e quattro le serate a Palazzo Re Enzo (da mercoledì a sabato). La Fiera, pur non registrando il sold out (il sabato ha totalizzato il doppio di presenze rispetto al venerdì), si è confermata come spazio all’altezza di un grande evento di musica internazionale. 160 operatori tra security, vigli del fuoco e esperti sulla riduzione del danno, tutti concentrati sui controlli per la sicurezza della manifestazione, coadiuvati da oltre 110 volontari. Sono stati accreditati 140 giornalisti, tra quotidiani e radio locali, tv e testate nazionali ma anche blog e webzine di settore. Di questi ben 40 stranieri, arrivati a Bologna da Francia, Spagna, Inghilterra e Germania appositamente per seguire la manifestazione. Un evento che ha mappato la città di Bologna tra sonorità elettroniche e installazioni artistiche, un evento-vento di curiosità e interesse verso il mondo culturale contemporaneo.

Cosa porto con me di questo roBOt? Imparerò ad andare senza mani, proprio come suggeriva l'opera esposta da Dynamo del duo di artisti Antonello Ghezzi, a inchiostro luce di wood, il messaggio rimane indelebile nel buio del tunnel. Che il mondo è complessità. Che vada al diavolo il pensiero liberale della geometria euclidea. In una dimensione altra, frattale, ci porta l'opera FRACTUS#1. I protagonisti, i solidi platonici: un tetraedro e una piramide a quattro facce formate da triangoli equilateri, la strutturalità grafica luminosa, il buio come spazio del possibile, la rappresentazione sonora. Un miscuglio di regole e imprevedibilità ci immergono nel caos deterministico.

Interessanti i lavori video di Alice Dalgalarrondo, Boris Labbé, Gianluca Abbate e Virginia Eleuteri Serpieri. In Contingent Cartographies, Fluid Identities la Dalgalarrondo partendo dalle immagini di Google Street View cerca di creare una particolarissima narrazione attorno a un vagare per immagini apparentemente randomico. La quotidianità slegata diventa invece un percorso coerente e sorprendente. Labbé intitola il suo lavoro già con una parola che ritengo fondamentale per il contemporaneo, Rhizome. Dal micro al macro tutto nell'universo è interconnesso. Interazioni, costruzioni, ricostruzioni, combinazioni. Tutto è in continuo divenire. L'artista ci immerge in mondi ciclici, dove il loop diviene sinonimo di rigenerazione e rinascita.

Microbioma del duo Eleuteri Serpieri e Abbate è una ricerca priva di forzature di senso, nessuna predeterminazione. Un oceano di immagini all'infinito. In Panaroma invece Abbate (vincitore della call legata a roBOt Buenos Aires) premiato anche al Torino Film Festival racconta le evoluzioni del concetto di "polis", un caos visivo inglobante immerge lo spettatore in ritmi fagocitanti. Si parla dei confini della città, della possibilità di fuggirne, della paura di un ritorno, pena l'esclusione.

Tanti altri artisti coinvolti, tanti nomi, come {movimentomilc}, Yuri Anacarani, Samuel Kerridge, Deep Orchestra, Fuse, Carrie Elston Tunick, Evil Twin, Francesca Fini, Gagliardi&Natale, Glenn Marshall, How to cure our soul, Iocose, Irene Fenara, Junkfood 4tet Piccinini, Matteo Amaral, Mogano w/fax, Perletta Jobin XX+XY visual, Shivkumar Kappala Venkata, Tarsi/Fauve! Gegen a Rhino. Dai dadi triangolari duchampiani di questi ultimi, dall'aleatorietà dell'opera dall'arte alla sua sospensione, come nell'installazione di Luca Pozzi a Palazzo Re Enzo.

Una spugna luminescente in levitazione elettromagnetica su un basamento ottagonale: One church one column rappresenta la capacità di un attore di assorbire a distanza l'informazione circostante. Spazio, tempo, luce e memoria storica si comprimono nel micro-spazio di un oggetto fluttuante. Ecco come ci si sente. Sospesi ci torniamo tra virtualità e fumosità nell'installazione al Collegio Venturoli di Cinzia Campolese. Nel buio di una stanza, un pannello riflettente domina l'intero spazio, situato proprio al centro. Due proiettori che ai due lati del pannello ci regalano un flusso continuo di immagini che si incontrano, scontrano e si fondono tra loro. Con il sound design di Trespur, Continuum vince la call4roBOt con la seguente motivazione: “Un'opera inedita che nella gypsoteca del collegio Venturoli ha trovato, coraggiosamente, perfetta cornice. Continuum si è trasformata in apparato scenografico, mettendosi ampiamente in relazione con lo spazio e il pubblico; un lavoro sulla luce nello spazio, molto legato a poetiche come la Light Art (pensiamo a Anthony McCall), rappresenta una possibile via di sviluppo e di mediazione tra interazione ed entertainment basata sull'esperienza sensoriale".

Nel cuore porterò sicuramente anche la serata di sabato sera in zona fiere, l'immensità di quello spazio ha saputo contenere la fantasia elettronica autunnale di numerosi artisti. "A cielo aperto" come recitava un'installazione presente, sono piovuti nella mio sentire, indelebili, SIRIUSMODESELEKTOR, Siriusmo, e Modeselektor, amici e fautori di uno dei live set che ha sbancato l'Europa in questo 2015, (vanno ricordati di non minor importanza anche i siderali visuals a firma Pfadfinderei).TRENTEMØLLER, le sue ricerche tra minimalismo e sperimentazione, un capitano di scenari spaziali, raramente in consolle, ci torna da uno che sa il fatto suo, a ritmi sofisticati ma densi e decisi. E infine i THE MARTINEZ BROTHERS, un giovane duo che apre letteralmente le orecchie, che spara dritto dritto ai sensi, un dj set da paura che non ha lasciato assolutamente delusi. Al via lo spirito della house, quello più puro, edonista e oltraggioso.

Qualcuno con la mente è rimasto sicuramente là con un #XLR8 stampato a fuoco. Perché #XLR8 è il XXI secolo, è una filosofia, sono gli artisti, è la musica elettronica, è la società contemporanea. Siamo noi.

Federica Fiumelli














mercoledì 5 novembre 2014

Nawras Shalhoub


link: http://wsimag.com/it/arte/11809-nawras-shalhoub



A piece of wall for you mon amour






Figli dell'epoca
Siamo figli dell'epoca,
l'epoca è politica.
Tutte le tue, nostre, vostre
faccende diurne, notturne
sono faccende politiche.
Che ti piaccia o no,
i tuoi geni hanno un passato politico,
la tua pelle una sfumatura politica,
i tuoi occhi un aspetto politico.
Ciò di cui parli ha una risonanza,
ciò di cui taci ha una valenza
in un modo o nell'altro politica.
Perfino per campi, per boschi
fai passi politici
su uno sfondo politico.
Anche le poesie apolitiche sono politiche,
e in alto brilla la luna,
cosa non più lunare.
Essere o non essere, questo è il problema.
Quale problema, rispondi sul tema.
Problema politico.
Non devi neppure essere una creatura umana
per acquistare un significato politico.
Basta che tu sia petrolio,
mangime arricchito o materiale riciclabile.
O anche il tavolo delle trattative, sulla cui forma
si è disputato per mesi:
se negoziare sulla vita e la morte
intorno a uno rotondo o quadrato.
Intanto la gente moriva,
gli animali crepavano,
le case bruciavano e i campi inselvatichivano
come nelle epoche remote
e meno politiche.

(Wislawa Szymborska)
Per introdurre il lavoro dell'artista palestinese Nawras Shalhoub mi sono servita delle parole di un'altra grande poetessa. Per parlare di poesia è necessaria la poesia, e Shalhoub ci parla poeticamente attraverso le sue opere. Politicamente.
La (galleria+) Oltredimore di Bologna dal 2 ottobre al 22 novembre presenta la prima personale in Italia dell'artista. Un'antologia di lavori in cui l'artista esplora la questione del dolore, venendo da un paese in conflitto, non ha avuto altra scelta che quella di essere in contatto con la sofferenza, sia fisica che morale. La sua ricerca artistica, quindi è il mezzo per entrare in contatto con il dolore, proprio e degli altri, un filtro, un catalizzatore per trasformarlo in energia.
Nato nel campo profughi palestinese di Yarmuck in Siria nel 1974 rientra con la sua famiglia in Palestina solo nel 1994 e rimane nella Striscia di Gaza fino al 2001. Diplomato alla Scuola di Belle Arti di Strasburgo nel 2007 vive ora in questa città. I suoi lavori, che abbracciano tanto la pittura quanto il video, le installazioni e la scultura sono stati esposti anche in Corea, Emirati Arabi Uniti, Francia e Palestina tra il 2008 e il 2013.
La mostra si apre con il lavoro dal mio punto di vista più intenso, A piece of the wall for you mon amour, un'installazione di sette mattoni di cemento con del filo spinato. Un'opera intrisa di poesia, di una bellezza che crea dolore, semplice tanto quanto complessa, che richiede riflessione e sosta per meglio osservarla. Quest'opera manifesto di Shalhoub racconta silenziosa ed elegante il modus operandi dell'artista. Il taglio grossolano, grezzo e pesante del cemento, la scelta di un mattone, che rimane dettaglio di un muro più mentale che fisico, avvolto da esili fili di metallo spinato, leggeri e ancorati; alcuni prendono nonostante tutto, la forma di un cuore. Un gesto quasi elementare, primario, lo sguardo di un uomo si concilia al gesto che potrebbe essere quello di un bambino. La dicotomia che contraddistingue la poetica di Shalhoub è disarmante. Leggerezza e pesantezza. Una precarietà fragile quanto bella.
Lo stesso artista dichiara: "La cosa migliore di una guerra è la sua fine: la fine dell'occupazione, la fine del dolore, la speranza che il domani arrivi senza bombe e senza morti, senza proiettili e senza muri; i muri non restano nella storia, forse durano qualche decina di anni ma non di più, chimere nell'esistenza di un popolo. Il muro di cemento e il muro nelle menti, non si nasconde, è visibile palpabile e lascia delle tracce nei corpi e nelle anime; un muro con il quale si può convivere, che si vede quando ci si abita di fianco, che ci impedisce di andare a vedere i nostri alberi e i nostri vicini, a volte la nostra famiglia, frontiera interna; un muro che si può scegliere di distruggere, con il quale si può scegliere di non convivere, bisogno di liberazione e di grandi paesaggi; per raggiungerli, immaginiamo un "dopo i muri". Eccone un pezzo, un regalo per te, amore mio, un regalo per tutti."
L'artista ci lascia quindi un dono importante, un dopo i muri, un'aperta riflessione di frontiera, difficoltosa, spinosa ma speranzosa. Un mattone che è inizio e seguito, oltre l'invisibile. Un mattone che da orpello diventa appello. Urgente e struggente. Not another brick in the wall.
Harp, è altrettanto poeticamente intensa. Una scultura leggera, appesa, sospesa, in ferro battuto e filo spinato, con corde e un casco militare. Una sinfonia tagliente e lacerante in bilico tra l'orrore della guerra e l'energia vibrante e melanconica di un'arpa ancestrale. Un suono vellutato dei cannoni riecheggia nelle memorie dorate di Shalhoub. Dorata come l'atmosfera tra l'onirico e il reale della fotografia in stampa digitale dedicata a sua figlia Sarah. Sarah davanti al muro, Sarah che si nasconde all'obiettivo con il muro che fa da limbo e ritorna evanescente nei lavori dell'artista. Un muro che separa in due metà speculari l'immagine. Tra l'oscurità e la doratura, un'atmosfera rarefatta quasi in procinto di sciogliersi come cera al sole. Delicata ma profondamente oscura, una barriera che può essere affrontata solo con un gesto di una bambina. Un sorriso.
Quella cera la ritroviamo non a caso fisicamente utilizzata per la scultura La guardienne des oliviers. L'artista impiega cera d'api, alberi d'olivo, terra e vetro. Materiali in trasformazione, che vivono, profumano e sono caduchi. Caduchi di una bellezza messa sempre a repentaglio dall'orrore. Il dolore e la sofferenza però si trasformano in un'installazione aulica, una donna dorata, giace accovacciata e seduta, scolpita nel tempo della memoria. Severa e scheggiata osserva e fa da guardia a un tumulo di terra. L'atmosfera è rara e sacra. Una perfetta armonia, oltre alle piante di olivo sembra essersi radicata in un'attesa atemporale. Le sottili filamenta di vetro, ritraggono uno sguardo di luce, mischiandosi alla terra, all'origine, e sembrano dare vita alla stessa donna di cera.
Monter leger, installazione site-specific pensata per la galleria, prevede una scala dapprima larga poi sempre più stretta. Di legno e delle asticelle vetrate, fibre metafisiche e metafore di un'ascesa complessa e probabilmente impossibile. Siamo sempre sulla soglia con Shalhoub, risospinti alla deriva. Tra amore e sofferenza. Vos dieux ne sont pas dans mon sang, opere che l'artista espone su tronchi di legno, facendo sembrare l'insieme un'unica installazione. Couple perdu, Le reve perdu de mon fils, Rien qu'un biberon, reve survivant, la vie est belle avec tout le bourdel, sans larmes, sans issue.
Tra scritte e silhouette di bambini sotto al mirino, l'artista utilizza proiettili, cera d'api, miele in acquari dalle dimensioni variabili, l'amaro e il dolce si fondono in uno stato conservativo di memoria precaria. L'utilizzo di un materiale inconsueto come il proiettile è decisamente suggestivo, e ci riporta alla realtà dalla quale Shalhoub proviene. Fossili di slogan ben precisi come la vita è bella nonostante tutto il caos. Accumulazione di spari nell'occhio di chi guarda. La moltitudine di proiettili raccolti diventano pixel inesplosi e in alternanza di vuoti e pieni definiscono ombre, sagome e profili di un'identità di un popolo.
Shalhoub eredita dall'arte povera e concettuale l'attenzione per i materiali, l'energia e per le idee, la fusione di istinto primordiale e oggetto dal nouveau realisme, la poesia di Gonzalez-Torres che da un intimismo universale va al singolare, e al misticismo di un primo Kapoor. Interessanti sono anche le due tele presenti in mostra dai titoli entrambi riferiti alla pioggia, due acrilici su tela,J'attends la pluie e Pluie de la mer in memoria di Vittorio Arrigoni, l'attivista giornalista italiano sostenitore della soluzione binazionale in merito al conflitto israeliano-palestinese, ucciso da gruppo terrorista. Un pacifista che amava concludere sempre i suoi articoli con "stay human".
Shalhoub ripropone nelle due tele un colore informe e graffiato, disperso e quasi strappato, aspettando la pioggia in un flusso di memoria liquido. La mostra termina nell'ultima sala con un video intitolato Jerusalem avant la priere del 2014. E in una paziente e silenziosa attesa si consuma la visione. Se dapprima ci troviamo dinanzi a un muro di candele di cera, portando tempo a noi stessi ci accorgiamo che lentamente, questo impedimento decade, sciogliendosi e mostrandoci una Gerusalemme dal sole calante e sopito, in un'atmosfera dorata e sacra.
Una chiusura video che fa da cerniera, ripercorrendo l'intera poetica di Shalhoub, uno sguardo genuino, labile, dicotomico, prezioso che si disvela con il movimento del tempo liquidamente come cera, pungente come proiettili e filo spinato, raffinato come l'unione di amore e dolore. Opere caduche che pur restando umane ci restituiscono l'eterno. Un interstizio al miele tra lo sparo e il suono di un'arpa.
Non c'è vita che per un attimo non sia immortale.
La morte è sempre in ritardo in quell'attimo
.
(Wislawa Szymborska)

Federica Fiumelli














martedì 15 aprile 2014

Chiharu Shiota Silenzio e impossibilità


My Last article on Wall Street International Magazine

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/arte/chiharu-shiota_20140412102706.html#.U02JwVV_s_c

Enjoy!


REPORT - Japan, Arte

Chiharu Shiota

Silenzio e impossibilità



Gli anni della storia sembrano lunghi e lontani, ma in realtà non sono che un soffio, e gli avvenimenti apparentemente dispersi in quella dimensione della storia che è il tempo sono in realtà vicini e collegati da quel misterioso robustissimo filo che è la memoria degli uomini.
Andrea Rossi, In nome del petrolio, 1986.

La prima volta che incontrai l’opera di Shiota fu alla Strozzina di Firenze in occasione della mostraFrancis Bacon e la condizione esistenziale nell’arte contemporanea. L’installazione pensata dall’artista giapponese classe ’72 si chiama In Between ed è secondo me, un titolo esplicativo, un titolo che contiene appieno l’essenza della poetica di Shiota. Nei lavori dell’artista è proprio “fra”, “nel mezzo” delle cose, degli oggetti ripetuti e riproposti più volte, che ci sentiamo spaesati e attirati nei mondi di memoria collettiva.

Percorsi perturbanti e quasi claustrofobici, fitti reticolati di fili neri avvolgono e si dipanano nell’ambiente, tessendo ampi circuiti, e dentro queste reti ecco che possiamo trovare porte, fogli, lettere o valigie. Trace of memory, Letters of the thanks, Other side, tutto titoli che riportano in un altrove passato, quasi dimenticato, polveroso. Con le opere di Shiota ci si trova a diretto contatto con archeologie di memoria, archivi di oggetti appartenuti a chi sa quale ambiente, a chissà quale storia o persona.

Il nero travolgente, notturno, silenzioso, teso, dei fili che legano ricordi, è rigido ma leggero, riporta esattamente a un grafismo ipnotico e sofisticato di origine orientale. Quei fili neri sono tutte le parole disciolte nell’inchiostro che si fanno confini e tratti, lunghezze e ponti, una rete web che diventa fisica, interconnettendo accessi e oggetti-luogo che diventano mondi abitabili e inquietanti. Gli oggetti luogo, non sono che link abitabili dallo sguardo.

In Other side diverse porte, o di un bianco azzerante, o consumate e logore si presentano in successione, quasi interrogandoci, mettendoci di fronte ad una scelta; se tu voyeur disperso ti troverai davanti a uno di questi varchi avrai il coraggio di tirare la maniglia e spingerti al di là? Avrai il coraggio di tuffarti in un ginepraio infinito di trame, di legami di relazioni, di incontri? Avrai il coraggio di mischiarti nell’impatto con il disordine? Di entrare nel sottobosco dell’anima delle cose? Cosa non sono queste fitte trame nere di fili se non la vita stessa, se non la difficoltà e l’intreccio che ci mantiene collegati tra il mondo e la memoria?

Nell’arte di Shiota viene resa plastica una concezione fenomenologica di matrice, husserliana, la relazione e l’esperienza con e del mondo è messa al centro della riflessione artistica. Over the continent, presentata al National Art Center di Tokyo nel 2013, vede partire da un piccolo e microscopico punto una quantità fluttuante e pulviscolare di fili rossi che si dipanano nello spazio, ciascuno legato, o meglio ancorato a una moltitudine di scarpe di donne, uomini e bambini. Oltre i percorsi, i continenti, i confini geografici, questi astronauti, o esploratori distratti, sono i nostri antenati, sono tutti o nessuno, siamo noi, o saranno altri, cono essenze assenti ma presenti nello spazio della memoria, sono percorsi stati o da compiere. Sono passi in più, nell’avanti della speranza, una tensione, una spinta verso l’oltre, ma legati a un rosso del tempo battuto e trascorso, di un tempo accaduto e tinto con il tono del sorgere più acceso.

Over the continents però appare anche come un monumento funebre, una catalogazione di vittime, un’enumerazione macabra; vittime di violenza, solitudine, abbandono, guerra? La morte giace nel ricordo teso del filo rosso. After the dream mantiene un tono inquietante e onirico, surreale e fantasmagorico, lunghe vesti pallide diafane ed evanescenti fluttuano nello spazio di labirintiche diramazioni filose. Smaterializzate e terribilmente vuote, tunnel di lattea memoria. Appartenute e abitate da chissà quale corpo, anziano o giovane, chissà quale pelle ci scivolò all’interno e perché, e dove…

Silenzio e impossibilità, in un concerto solistico, immobile e danzante nel tempo, In silence, il pianoforte e la sedia sono prigionieri, sono ostaggi di un suono in decadenza; atonale e disperato, il flusso materico dei fili è un pentagramma infranto, (note spezzate e disperate, deserte, filacciose) nel quale la luce non può che filtrare ostacolata. Gli oggetti di Shiota ci lanciano un appello nello spazio dello sguardo, chiedono quasi di essere raggiunti per essere salvati, per non essere dimenticati si circondano di neri nostalgici e puri, asettici, simmetrici e stratificati. Sono oggetti stratificati dal passaggio di sguardi e ricordi, caricati all’ennesima potenza di un isolamento forzato, sono rinchiusi nella loro presentazione come scrigni trasparenti. Questi fili infiniti danno quasi fastidio, bloccano il respiro, ostacolano lo sguardo, intrappolano e sembrano risucchiarti, sembrano espandersi come virus contagiosi.

Shiota accumula e ripete, a volte distrugge bruciando come in Waiting del 2002, un agglomerato di sedie a cui dà fuoco, ma dà fuoco anche a pianoforti, ed ecco che tra le accumulazioni e le distruzioni si annida intrepido il ricordo di Arman, e ci viene riproposto un nouveau réalisme tessuto ossessivamente. Un'eco. Il tratto dei fili infinitamente neri di Shiota si scagliano nello spazio in maniera divisionista rendendo vibrante e infinitesimale l’atmosfera, sporcandola quasi. Cosa starà guardando quella donna dalla schiena neve e nuda, spoglia e isolata dalla finestra? La chioma scura muliebre prende vita in un fitto reticolato che si espande e srotola nell’ambiente. Una femminilità ragno che dà le spalle e proietta la visione nell’asettico altrove riscritto da quei tratti di inchiostro filamentoso.

Gli ambienti di Shiota possono diventare anche scenografie abitabili, dove i corpi rimangono appesi e sospesi atarassicamente, come Matsukaze il lavoro per il Théâtre Royal de la Monnaie, a Berlino. Epifanie mistiche e corporee. Cercando una destinazione, collettivamente, con le più disparate valigie con dentro ogni sorta di ricordo, di souvenir (come nell’opera Accumulation-Searching for the destination), l’esperienza della memoria si fa concreta, e siamo pronti per partire nella moltitudine di visioni, che si fanno salto nel vuoto, da cornici-finestre (come nell’opera A room of memory) in cui quello che è stato e quello che sarà si confondono.


Articolo di:  Federica Fiumelli