Un mio autoritratto? Avrei voluto avere i capelli della venere di Botticelli, il sorriso della Gioconda, gli occhi alla Picasso, il collo alla Modigliani, i colori di Matisse, il corpo scolpito da Canova e la grazia delle muse Preraffaellite; avrei voluto essere di una bellezza fredda e smaltata alla Otto Dix per giocare una partita a scacchi con Duchamp in un bar dalla grande vetrina come quelli di Hopper. Per il futuro mi piacerebbe rimanere impressa come un’icona pop di Warhol e volare nell’altrove come gli amanti di Chagall.

mercoledì 30 settembre 2015

Where the trees... Il sottile tratto tra natura e cultura

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Where the trees line the water that falls asleep in the afternoon

Tutto comincia con una poesia. E ci perdiamo in quel sottile tratto tra natura e cultura. Tra dono e artificio. Scalzi e in punta di piedi camminiamo per non fare troppo rumore sotto un tappeto di foglie, tendiamo l'occhio al manto di nuvole e origliamo come da una porta chiusa, il rumore del vento. Sgusciare fuori da un confine per perdersi dove si addormenta il giorno.

Appesi alle parole del poeta Pierre Reverdy, il curatore Chris Sharp ha steso questa mostra che con la forza di un filo di erba che esce dal cemento, si sradica tra personalità internazionali. La poesia racchiude la vera linfa dell'esposizione tant'è che ogni parola spesa in più pare in eccesso, pare arrogante e invasiva. Si perché se c'è qualcosa che lega le opere in mostra è sicuramente la pulizia visiva che porta all'apice di un silenzio originario, bisogna rispettare lo spazio che si è venuto a creare con i lavori.

Le sculture e le tele hanno tessuto un personale ambiente tra le mure delle galleria, restituendoci a una nicchia che punta più alla meditazione che alla funzionalità. Ci troviamo in un interstizio polifonico tra dono e artificio dove l'essenziale si rifugia nell'ermetico. Tre artisti, tanti luoghi, diversi intrecci, luoghi, memorie e tecniche. L'artista messicano con sede a Basilea, Rodrigo Hernández, segnalato anche da ArtReview tra i migliori artisti internazionali, presenta per questa occasione quattro opere tutte differenti l'una dall'altra. Il pregio dell'artista è senza ombra di dubbio quello di sperimentare con i diversi media, mirando dritto al cuore dell'essenza. Un lavoro di spogliazione, una nudità della materia che disarma l'occhio e attiva una coscienza primordiale. La semplicità apparente in verità rivela una complessità di studio e di ricerca che trova nei lunghi tempi e nelle attese la lingua madre.

Faccio tesoro da anni di una frase junghiana che merita spazio proprio qui tra queste righe, "Com'è difficile essere semplici", intendendo appunto la semplicità come sintesi di processi talvolta decisamente complessi. Nell'olio su tavola Conflict over coherence la resa pittorica è tersa, lineare, a campiture concentrare e uniformi. Il rigore e la perfezione delle forme infastidisce quasi l'entropia propria del mondo. Una solitudine metafisica colora il s(oggetto).

Nella scultura in cartone, Senza Titolo, l'aridità preziosa e sofisticata di Hernández si fa non-luogo tra le sinuosità della carta, rendendoci voyeur di una visuale dall'alta sul nulla che si fa ambiente inscatolabile. In Pedazo de pueblo la china su carta riciclata ha avuto un effetto corrosivo e scultoreo sul supporto scelto. Come una macchia sfumata si è venuta a formare una seconda pelle, informe, attirando su di sé uno sguardo tattile, come la pellicola del latte caldo che si raffredda.

Una pittura dal tepore cocente, tra rigore e difformità come in Practice of relaxation , dalla pennellata decisa e geometrica, si passa a una disgregazione, alla dissoluzione. Come in un processo chimico la ricerca di Hernández passa da vari stati di materia, tra conflitti, pratiche e relazioni. L'artista newyorkese Clare Grill sperimenta la propria pittura con oli su lino che introducono l'osservatore a una visione stratificata e atmosferica. I gialli di Bee e Pamy e i verdi di Flay si diversificano, si mescolano e si sedimentano venendo a creare un pattern caoticamente pacato. Visivo e tattile. E' un disordine tranquillo, a bassa voce, che si perde a mezz'aria in una nebbia di colori che tono su tono invitano il visitatore a spogliare mentalmente l'opera, come se venisse occultato qualcosa, come se non ci fosse un fondo, e qualcosa sfugga sempre.

Le sculture dell'artista Kate Newby, neozelandese ma con sede a New York, modificano lo spazio richiedendo un'attenzione del tutto silenziosa, introspettiva e meditativa. Dalla ceramica al tessile, al vetro, la Newby pone in relazione l'oggetto con lo spazio ospitante detronizzando la funzione. Tutto quello che occorre è sentire. Origliare come da quella porta dell'inizio per sentire sussurrare il vento. Svuotando l'orecchio da pregiudizi e inquinamenti acustici, la poetica della Newby ci introduce a una disintossicazione del daily to much, per condurci a sonorità e visioni immensamente minimali.

In They sound like each other sei campanelle a vento di vetro rimangono sospese, attraverso la luce che filtra e si perde tra le sinuosità trasparenti che deformano e diffondono, rifrangendo la percezione. Quarantotto elementi di porcellana e ceramica bianca, sospesi anch'essi l'uno accanto all'altro, risuonano per relazione, procedendo come una reazione a catena, se uno si muove, anche l'altro e quello dopo, come in un domino, solo il gesto, il vento, o l'aria potranno risuonare Maybe I won't go to sleep al all nella profondità di semplici e dionisiaci suoni.

In Best possible time ever e I feel like a truck on a wet highway le ceramiche cotte ad alta temperatura e porcellana assumono le forme di elementi vegetali e naturali, come foglie e spugne, occupano lo spazio di tempo al alte vette. Un bell'articolo su Frieze a lei dedicato, è intitolato The art of tiny revelations, perché, come Jennifer Kabat ha scritto, "la Newby celebra la minuzia della vita di tutti i giorni, il suo lavoro è un invito a guardare lontano e ancora oltre".

La poetica dell'artista neozelandese è dal mio punto di vista riassumibile con lo storico titolo della celeberrima canzone Let it be, credo che l'artista abbia un forte fiducia dalla quale trae inevitabilmente anche ispirazione nell'accadere della vita stessa. Con la semplicità logorante del caso che modella e agisce su vite e situazioni come il vento lo fa su paesaggi e ambienti. Sottili rivelazioni, quindi, impercettibili sguardi sull'altrove e indissolubili agganci poetici, non a caso già i titoli delle opere rivelano intrigantemente l'intento artistica dell'autrice.

In questa mostra si cade sempre un po' più in lá "risospinti senza posa" (fitzgeraldianamente parlando), come foglie. Fragili e inaspettati. E siamo già in preda a un'altra stagione, a un altro ambiente senza tempo, come viaggiatori scalzi dentro l'eco del vento.

Under the blazing sun, when the landscape is on fire, the traveler crosses the stream on a very narrow bridge, before a dark hole where the trees line the water that falls asleep in the afternoon. And, against the trembling background of the woods, the motionless man.
(P. Reverdy)

Federica Fiumelli









sabato 1 agosto 2015

Virginia Zanetti. Poggiare i piedi dentro l'anima

link: http://wsimag.com/it/arte/16495-virginia-zanetti







La costante trasformazione della materia e l'instabilità della realtà. Due assunti in punta di piedi. Qualche anno fa ebbi modi di vedere alla CCC Strozzina Dead sea un video dell'artista israeliana Sigalit Landau. Il corpo dell'artista si trovava inserito in una spirale di angurie, anch'esse immerse nelle acque saline del Mar Morto. A mano a mano che la forma spiroidale si srotolava si percepiva chiaramente come tutto fosse strettamente collegato e mobile. Comprendiamo così che in un fluire costante ci troviamo a relazionarci oltre il concetto di limite e confine. L'artista stessa dichiarò: "Un confine è soprattutto e in primo luogo una parola che può essere utilizzata secondo diverse accezioni, in riferimento alla soglia del dolore, al confine dell’essenza, al limite di un disastro, al discrimine tra sanità e pazzia. (…) In un certo senso, i confini sono la pelle dei luoghi e anche una sorta di scorza per la maggior parte delle idee. I confini sono le nostre definizioni. E sono troppo sottili. Non c’è niente da controllare, perché non vediamo mai l’altro lato del confine correttamente".
Quest'opera ben rimanda all'ultimo lavoro dell'artista Virginia Zanetti, che da sempre lavora sul tema della relazione e dell'alterità. Lo scorso 4 giugno alla Galleria Dino Morra Arte Contemporanea ha preso vita la performance dal titolo Poggiare i piedi dentro l'anima/Studio quarto per l'estasi nel paesaggio a cura di Marianna Agliottone. Studio per l'estasi nel paesaggio è una ricerca che l'artista toscana sta portando avanti dal 2013, per sperimentare la fusione col tutto attraverso l'espansione del sé e la negazione del piccolo io. Si tratta di un ciclo di lavori performativi che interessano sia il paesaggio che il pubblico.
Quella della Zanetti è un'estetica estatica, dell'abbandono, un'estetica dell'origine. Dal greco antico èk-stasis, ovvero "stare fuori di sé", occorre uscire dai propri confini per incontrare l'altro da me. L'artista parte da un assunto buddhista fondamentale, quello dell’“origine dipendente", il quale insegna che tutta la vita è in costante relazione reciproca: Niente esiste isolato e indipendente dalle alte forme di vita. Un termine giapponese, Engi,riconferma questo pensiero, significa letteralmente "apparire in relazione", nessun essere o fenomeno esiste di per sé, ma solo in relazione ad altri esseri o fenomeni: ogni cosa del mondo viene alla luce in risposta a determinate cause e condizioni. Vale la pena citare qui parte di un motto che apre il Manuale di psicodramma - Teatro come terapia di Moreno, e che sottolinea l’importanza dell'incontro con l'altro da noi.
E quando sarai vicino io coglierò i tuo occhi

per metterli al posto dei miei,
e tu coglierai i miei occhi
per metterli al posto dei tuoi,
poi io ti guarderò coi tuoi occhi
e tu mi guarderai coi miei.

Così persino la cosa comune impone il silenzio e

il nostro incontro rimane la meta della libertà:
il luogo indefinito, in un tempo indefinito,
la parola indefinita per l'uomo indefinito.

Lo spazio e il tempo di una performance che porta in sé come seme genetico proprio l'indefinitezza. InPoggiare i piedi dentro l'anima, pensata appositamente per gli spazi dell'ex Lanificio di Porta Capuana a Napoli, ogni singola presenza veniva invitata a sperimentare il contatto globale, uditivo, cinetico, fisico, energetico e percettivo con ciò che le stava intorno. Un'azione dove ci si incontrava/scontrava con la superficie dell'altro, in un ascolto reciproco, abbandonandosi all'ignoto, all'indefinito, all'incerto, poggiando i piedi sulla materia fino a scivolare dentro l'anima. I blocchi di argilla utilizzati saranno i fossili del domani, imprimeranno su di sé per sempre l'essenza dell'assenza, la traccia di una presenza, di un passaggio, tra corpo e corpo, in un dialogo silenzioso sulle origini. Un'archeologia dell'abbandono. Come Nietzsche scriveva in Così parlò Zarathustra: "Ascoltate, fratelli, la voce del corpo. Esso parla del senso della terra".
Espansione e dissoluzione. Attraverso un corpo che si fa transfert l'artista sperimenta sia la dimensione estetica che quella estatica. È questione di entrare fuori, uscire dentro. Una frase ad alto tasso dicotomico che porto con me in occasione di situazioni precarie e totalizzanti. Fragili e incontrollabili. Come scrivevo all'inizio è una questione di soglie. Carlo Sini, filosofo italiano nel 1993 disse: "Nella soglia abbiamo un di qua e un di là; e di là non siamo più gli stessi che eravamo di qua. Anche il più semplice gesto che afferra un oggetto varca una soglia". Nel gesto dell'artista verso il corpo, l'altro, la materia e l'origine, verso il tutto, si celebra la differenza. La differenza dell'ex-sistere, dell'uscire fuori. Si sfiora una vita, come una superficie vetrata, e niente è più come prima, il nostro passaggio porta il segno della differenza.
Occorre inoltre sottolineare che come Merleau-Ponty affermava: "Io non sono di fronte al mio corpo, ma sono nel mio corpo, o meglio, sono il mio corpo". Tutti abbiamo un corpo, ma difficilmente ognuno di noi è consapevole e cosciente di essere corpo. È il corpo che ci apre al mondo in un movimento di esistenza verso l'altro. Seguendo l'esistenzialismo heideggeriano, l'Esserci – Dasein, è chiaro che noi non abbiamo un corpo, ma siamo un corpo, un corpo-Leib, un corpo esistenza. Il soggetto umano in quantoDa-sein è sempre là (Da) nel mondo, dove si determina la situazione, che può essere trascesa attraverso il pro-getto (gettato avanti). L'uomo e-siste, si caratterizza per la possibilità di ex-sistere, cioè "uscire-da", oltrepassare la situazione nella quale è gettato. E ciò che gli consente di trascendere la situazione è la possibilità. Il corpo è anche poter essere, ovvero poter essere "altrimenti" e "altrove" rispetto alla situazione data. L'esserci nel suo essere-nel-mondo impone un altro concetto fondamentale, * la cura*. Nella cura trovano fondamento i sentimenti, la tendenza, l’impulso, il desiderio.
Binswanger studiò il concetto di cura indicando: "Un superamento della singolarità/solitudine del soggetto verso una dimensione duale/relazionale". La cura di sé non è separabile dalla cura degli altri ed è l'elemento che trasforma l'essere-l'uno-accanto-all'altro (nella vicinanza fisica dei corpi) in un essere-assieme nell'incontro, rendendo possibile la relazione tra i soggetti. L'estetica della Zanetti è anche un'estetica della cura e del coito, dove la fusione con l'altro, sia esso elemento umano o di paesaggio, trova nella totalità, una liberazione che mina l'eutanasia culturale che sta dilagando nella cronaca di oggi, nelle scelte politiche alienizzanti. Una politica che sempre di più accoglie le barbarie dell’indifferenza e dell’incuranza.
Poggiare i piedi dentro l'anima non è più utopia, ma possibilità. È ancoraggio e slancio. Una possibilità che l'artista ci dona, per abbandonarci a un ascolto con la totalità. Solo comprendendo, solo tenendo dentro di noi l'altro come origine, urgenza e necessità potremmo scavare in punta di piedi una traccia su questa terra. In perpetua oscillazione, entrando fuori, uscendo dentro.
Federica Fiumelli

























martedì 16 giugno 2015

Un giorno questo dolore ti sarà utile. Senza opporre resistenza



link: http://wsimag.com/it/arte/15856-un-giorno-questo-dolore-ti-sara-utile






Semplicemente bisogna abbandonarcisi al dolore, bisogna forse soltanto lasciarsi cadere all'indietro a braccia aperte come quando lo si fa con qualcuno di cui ci si fida. Non bisogna porre resistenza, occorre accettare e abbracciare. Sì. Facile. Come no.

C'è però qualcosa di estremamente raffinato nel dolore, porta con sé un fascino dimenticato, come una silhouette intagliata nel ghiaccio, o nella nebbia. Algidità ed evanescenza. Ma cosa ne farò di questo dolore in tasca? Mi rimangono solo le parole come granelli di sabbia in una clessidra presuntuosa, le parole però resistono anche oltre il tempo. E’ per questo che decido di dare forma a questa "cosa". Spezzata, derubata, sfiancata, squarciata a metà, una parte sembra persa per sempre. Una nudità forzata. Quanta arroganza allora si insedia tra le pieghe del dolore.

Il titolo di un famoso libro recita così: Un giorno questo dolore ti sarà utile. Geniale. Certo. Ma oggi? Oggi, qui è ora, quando il mio respiro è corto, il mio cuore spezzato e il mio sguardo un deposito di lacrime? Come me lo racconto oggi, che tutto questo nel futuro mi sarà persino utile? Troppe domande. Devo tornare alle origini, e occorre abbandonarsi. Bisogna conviverci con questo bastardo. Mi sia concesso il commento sprezzante. Una cicatrice in più. Una delle tante. Il peggior collezionismo. O forse il migliore, quello più altruista. Perché se ci si fa male, se si cade, beh vuol dire che senz'altro almeno un tentativo di credere in qualcosa esterno da noi c'era.

Ma adesso non c'è più. C'è solo questo specchio di dolore a fare compagnia, come in un bar alla Hopper, dove la solitudine sa di brandy e nostalgia. Che poi io neanche lo bevo il brandy. Ma nell'abbandono c'è un conforto. C'è qualcosa di altro. Allora ho camminato tra le pagine di Tondelli, diamine, che diavolo di penna. Tondelli sapeva trovarci le parole, dritte, puntuali, terribilmente sincere, crude, nude, vere. Maledettamente sporche di bellezza. Così sono finita sulla prima pagina di Autobahn da Altri Libertini. Quelle frasi, messe in fila una dopo l'altra come ombre, sembravano state scritte per questo dolore. "Lacrime lacrime non ce n'è mai abbastanza quando vien su la scoglionatura, inutile dire cuore mio spaccati a mezzo come un uovo e manda via il vischioso male, quando ti prende lei la bestia non c'è da fare proprio nulla solo stare ad aspettare un giorno appresso all'altro. E quando viene comincia ad attaccarti la bassa pancia, quindi sale su allo stomaco e lo agita in tremolio di frullatore e dopo diventa ansia che è come un sospiro trattenuto che dice vengo su e poi non viene mai".

Accidenti. Ho pensato. Mi tremavano le gambe. Quelle parole erano piombate all'appuntamento con i miei pensieri. Hanno rotto quel silenzio. Come quando Parmiggiani creò una delle opere più belle, per me. Il labirinto dei vetri infranti. Come le parti di me che si erano lacerate. Un dedalo di lastre di vetro, grandi e spesse, frantumate dall'artista con un grande martello. Grandiosa bellezza e impossibilità. Qualcuno ha definito quel lavoro come una negazione di praticabilità. Iconoclastia ed esplosione. Torna il senso di vertigine e mi sento come dentro l'ouverture, le Ebridi di Felix Mendelssohn, questo dolore era diventato un'isola dell'iperrealismo. Tutto più reale del reale.

Un crescendo. Un tormento. O intorpidimento? Quando uno si avvolge nel proprio dolore forse a causa di un troppo sentire, finisce con il sentire sempre meno. E allora c'è uno sparo. Il 19 Novembre del 1971 l'artista Chris Burden in Shoot, una delle azioni più celebri della storia dell'arte d'avanguardia, si fece sparare sul braccio sinistro da un amico. Scomparso da poco tempo, all'età di 69 anni dopo una lunga malattia, è stato uno dei massimi rappresentati della body art più estrema. Questa per me è un'altra di quelle opere faro, perché con quello sparo, Burden mi aprì molte domande. Quello sparo fu a detta dell'artista "un modo per controllate il destino". Una dichiarata critica a quello che stava succedendo in Vietnam. Tramite il corpo dell'artista, ci si interrogava sul perché di tanta crudeltà.

E a proposito di crudeltà umane e barbarie, in Disumane Lettere Carla Benedetti cita Steiner che in un saggio del 1967 scrisse: "Adesso sappiamo che un uomo può leggere Goethe o Rilke la sera e il mattino dopo recarsi al proprio lavoro a Auschwitz. Dire che egli ha letto questi autori senza comprenderli o che il suo orecchio è rozzo, è un discorso banale e ipocrita [...] gli strumenti tradizionali della civiltà - le università, le arti, il mondo librario - non sono riusciti a opporre una resistenza adeguata alla bestialità politica: spezzo anzi essi si levarono ad accoglierla, a celebrarla e a difenderla. Perché? Quali sono i legami, per ora assai poco compresi, tra gli schemi mentali e psicologici della cultura superiore e le tentazioni del disumano? Matura forse nella civiltà letterata un gran senso di noia e di sazietà che la predispongono allo sfogo delle barbarie?". E ancora la Benedetti riassume: "Come è possibile che la grande circolazione di opere d'arte e di pensiero che si dà nella nostra epoca, molto superiore a quella di epoche precedenti, possa coesistere con un tale aumento di barbarie? Questo è sicuramente un aspetto del "grande dolore".

Sempre nello stesso libro si parla di un altro illustre scrittore, Gadda, e la Cognizione del dolore, dove tutto accade in un intreccio, tutto è colmo, persino il silenzio e la luce. "Il crepitio infinito della terra". Gadda che come scrive la Benedetti "ha una percezione del mondo che non separa ciò che profondamente è unito: un tutto che in realtà è un inseparato, che tiene esplosivamente assieme ciò che non riusciamo a dominare dentro alla concatenazione della storia". "Tutto andava esaurito dalla rapina del dolore".

John Everett Millais, pittore preraffellita, dipinse tra il 1851-1852 uno dei quadri dove il rapimento e il dolore trovano un soppesato ritmo. E ciò si tramuta nel beffardo destino di Ofelia, portata via dall'amore, dal fato e dalla natura. Eroina shakesperiana, oggi mi sento esattamente come lei. E più la osservo in tutti i miei libri di storia dell'arte e più ne subisco il granitico fascino. Emblema del dolore estatico, quasi vicino a una sacrale rassegnazione, in procinto tra due mondi, tra la vita e la morte, l'esangue volto è un riflesso di rara bellezza. Ofelia non trapassa soltanto lo scorrere dell'acqua e del tempo ma anche l'immagine specchiante, lei emerge dall'irreale, dall'etereo, per l'ultima volta. E la natura serrata le fa da cornice quasi da gelosa custode, infittisce il verde tappeto per confonderla con la vita della flora. Ofelia viene ritratta qui con piena eleganza, dignità, e raffinatezza, che mai nessun dolore fu così spiritualmente agghindato.

Qui, dopo varie digressioni personalissime, alogiche e anacronistiche, cercando conforto in parole, gesti, materiali o pitture, rimango fedele a questa linea tracciata di dolore, ritrovo la pace, almeno per oggi. Così. Diamanti e ruggine.

Federica Fiumelli









domenica 7 giugno 2015

To Disconfirm. Contro l'unicità e l'indivisibilità della storia

link: http://wsimag.com/it/arte/15848-to-disconfirm 





Vuoi che proviamo a scrivere una storia?
Non domando di meglio! Ma quale?
Quale, in effetti?
(Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet)

Contro l'unicità e l'indivisibilità granitica della storia e dell'identità. Questa la volontà. Smentire, negare, ma soprattutto difendere la pluralità. La collettiva curata da Vincenzo Estremo alla gallleriapiù - Also Known as Oltredimore- di Bologna mette in evidenza i modi attraverso i quali l'arte visiva contemporanea smentisce, questiona, racconta le molteplici narrazioni della pluralità identitaria.

C'è la necessità di liberarsi dal peso monolitico delle istituzioni storiografiche. E gli artisti in mostra danno voce alla possibilità di convivenza tra ricerche differenti tra loro. La storia come l'identità e la geografia è frammentaria, non lineare, polifonica, pulviscolare, imprecisa, irregolare, instabile, da scoprire. Come in un caleidoscopio le figure mutano senza mai ripetersi. Un molteplicità di strutture. César Escudero Andaluz, apre l'esposizione con due lavori estremamente interessanti, Tapebook del 2015 e File_món del 2012. Nel primo, l'artista che solitamente studia il rapporto che intercorre tra utenti e interfacce, trasforma testi estrapolati da pagine Facebook dedicati a grandi pensatori e filosofi come Barthes, McLuhan, Foucault, Lacan, in tracce audio riportate su audiocassette, ciascuna avente per copertina la grafica del social prima menzionato. Viene così attivato un confronto tra analogico e digitale affascinante e su diverse dimensioni.

In File_món numerose immagini in bianco e nero tra le più comuni, molte delle quali hanno costellato l'immaginario comune, una storia universale, sono usate come sfondo del desktop di un computer, e alcuni elementi vengono sostituiti da collage di icone digitali. Da banali e asettici segni, le icone ritornano a fungere come elementi costitutivi della figurazione. Interessante la citazione di Georges - Didi Huberman nel sito dell'artista stesso: "The information offer us much, through the proliferation of images. We are inclined to believe nothing of what we see". La vecchia immagine fotografica in bianco e nero diventa una tela sulla quale si depositano come in alveari stratificazioni di icone, un patchwork plurisemantico, veri e propri nidi di senso (O non-senso?).

Matteo Guidi e Giuliana Racco con i lavori Representation, Between Camps e You only feel good wher You are si posizionano in un delicato limbo, perché è anche di limbi che ci parla questa mostra, tra antropologia culturale e arte. In Between Camps gli artisti hanno documentato un cammino di tre giorni compiuto da loro stessi lungo le rovine di un antico acquedotto romano che nell'antichità portava a Gerusalemme l'acqua che derivava dalle piscine di Solimano vicino a Betlemme. Fu costruito da antichi colonizzatori e oggi l'acquedotto collega due campi profughi attraversando terre non praticabili agli abitanti originari, viene pertanto utilizzato come cava di marmo dalla popolazione locale, ciò dimostra in maniera palese il sentimento di non appartenenza di questi ultimi. Appartenenza, appropriazione, memoria, confini, geografia, barriere culturali, questi, i temi esposti da duo Guidi-Racco. Quanto è labile e doloroso e precario l'orizzonte. Una linea evanescente e tagliente, un profilo sul quale l'uomo è costretto e attratto a percorrerlo. Una lontananza che solo la memoria forse può colmare. Come si evince nello scatto di Between Camps.

Intensi i lavori olio su tela e bomboletta spray di Massimo Ricciardo. In Expropriation ritrae dei luoghi squarcianti da un fucsia shocking che aggredisce lo sguardo. La città soggetto è Kashgar, città cinese della provincia autonoma dello Xinjiang, storico punto di scambio e incontro lungo la via della Seta, dove l'artista trascorse un periodo. Il centro storico ottomano venne abbattuto in seguito a un radicale riassetto come segno di sottomissione del popolo degli Uiguri, una piccola minoranza locale di etnia turcomanna con fede musulmana in opposizione al governo vigente. La distruzione e l'espropriazione sono rese manifeste dallo spruzzo arrogante e invasivo, quasi autoritario e demolitore dello spray fucsia. Avvicinandosi ai lavori si scorge quasi in opposizione una pastosità, matericitá densa e importante. In Permanent Vacation, installazione site-specific, tessuti tradizionali di un'etnia vengono confrontati con il tessuto del potere, l'immagine dell'accappatoio che Mao indossava in alcune fotografie ufficiali. La migrazione e lo scambio sono in movimento permanente, e questa è una condizione indissolubile della frammentarietà che caratterizza la vita, ancora prima della storia.

Time topographies trilogy, lavoro che "chiude" l'esposizione, opera video dell'artista Amanda Gutiérrez, è una trilogia video che dá voce ai luoghi, nessuna figura umana compare, solo tre sguardi su fette di pianeta si alternano calibrate, alcune voci fuori campo diverse per etnia, età e genere raccontano storie di migrazione e clandestinità, lasciandoci e facendoci riflettere sulla moltitudine della storia che trova vita nell'impalpabilità dei confini, nell'inutilmente indispensabile dell'arte e nel narrare in maniera plurima.

La storia, un distillato di rumori.

(Thomas Carlyle)

Federica Fiumelli