Un mio autoritratto? Avrei voluto avere i capelli della venere di Botticelli, il sorriso della Gioconda, gli occhi alla Picasso, il collo alla Modigliani, i colori di Matisse, il corpo scolpito da Canova e la grazia delle muse Preraffaellite; avrei voluto essere di una bellezza fredda e smaltata alla Otto Dix per giocare una partita a scacchi con Duchamp in un bar dalla grande vetrina come quelli di Hopper. Per il futuro mi piacerebbe rimanere impressa come un’icona pop di Warhol e volare nell’altrove come gli amanti di Chagall.
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mercoledì 13 luglio 2016

You and Myself. Intervista ad Andrea Bianconi






Fino al 24 luglio gli spazi di Casa Testori a Novate Milanese si fanno temporalmente trasversali e geograficamente globali, è infatti possibile immergersi nei dieci anni di performance dell’artista vicentino, classe’74, Andrea Bianconi.
La mostra, a cura del critico Luigi Meneghelli, approfondisce con grande precisione la poetica di Bianconi, il quale, da sempre nei sui gesti performativi ha esplorato come un vero funambolo il complesso e prismatico rapporto con l’altro. You and Myself è una mostra dunque che indaga l’io nostro e degli altri in una perpetua oscillazione di senso. Gli interrogativi di Bianconi hanno tappezzato tanti luoghi, e l’artista infatti vanta fra le sue recenti esposizioni, una public performance tra la Piazza Rossa, il Cremlino e il Manege Valencia, Madrid, New York, United Arab Emirates, Basilea, Palazzo Reale, Milano, Shanghai. Nel 2011 Charta ha pubblicato la sua prima monografia, nel 2012 Cura.Books il suo primo libro d’artista Romance e nel 2013 il secondo dal titolo Fable. Entrambi fanno parte della collezione del MoMA, NYC. 

Consigli per la fruizione: dimenticate chi siete e fate di ogni dettaglio la vostra gabbia temporanea.
Ami raccogliere, accumulare, mescolare oggetti, come ricorda Luigi Meneghelli nel testo di presentazione alla mostra citando Italo Calvino che definisce “redenzione degli oggetti” il riscatto del banale. Che rapporto hai con gli oggetti dunque? Ce lo racconti solitamente tramite le performance, a parole?
Cerco continuamente oggetti, li accumulo nei miei studi, li colleziono, cerco tra di loro una possibile relazione, un rapporto, un legame. L’oggetto è da una parte strumento, dall’altra soggetto, cerco di dargli una nuova vita, una seconda possibilità. Come li scelgo? Non li scelgo, loro mi si presentano di fronte… inaspettatamente. Mi rivelano l’altro. Pensa che in ogni studio ho una gabbia appesa, vuota, e sopra la mia sedia, serve a contenere i pensieri o le idee, quando sono troppe.
Ogni tua performance è corredata, composta da disegni, fotografie e scrittura. Ti chiedo, che rapporto hai con ognuno di questi medium? C’è qualcosa che in fondo prediligi?
Il disegno mi segue ovunque, è parte di tutto, del progetto e della realizzazione, per me non c’è un confine tra disegno è performance, il segno è sempre gesto e il gesto segno. Quando per esempio ho disegnato Romance, un libro fatto di 5000 disegni-scritti, dove ripercorrevo la storia della mia vita, l’ossessione era dominante, era dominante il fatto che ogni segno o ogni parola fosse legata alla precedente e al seguente, come un’infinita catena parentale. Mi interessava il segno, il gesto, la ricerca di tracce di qualcosa che potrebbe anche non esserci, come direbbe Calvino. Tutto era legato a un momento, sia l’azione che la reazione, tutto diventava corpo. Poi questo libro è diventato un video dove proiettavo sulla maschera della mia faccia tutti questi segni, come se la mia vita mi scorresse davanti agli occhi. Quindi, quando uso diversi media, che possono essere anche foto, video, parole, suoni, musiche, tutto è in relazione, tutto è una grande catena, è un grande tutto.
In questa intervista mi avvalgo spesso della parola “rapporto”, ho riscontrato negli appunti delle tue performance che sia un concetto fondamentale, un approccio irreversibile che hai con il mondo, e ne sembri romanticamente consapevole. Che rapporto ha l’artista con l’amore? Penso a You always go down alone, Forever and Ever, Love story … Secondo te il romanticismo è sempre disobbediente? È una frase che ho letto da qualche parte e mi ha personalmente colpita molto.
Cerco continuamente rapporti, tra gli oggetti, tra le culture, indago i rapporti… l’altro è fondamentale in tutta la mia ricerca, non ci può essere You senza Myself, e viceversa. Con Forever and Ever ho iniziato a chiedermi cos’è il matrimonio, il legame tra due persone... io e mia moglie ballavamo con due gabbie la canzone del nostro matrimonio, vestiti con gli abiti nuziali. In Love Story, mi immaginavo re dei fiori, l’idea mi era venuta a Toronto in una giornata freddissima, gelida, piena di ghiaccio, due persone camminavano tenendosi per mano, senza guanti… quelle mani mi hanno raccontato una Love Story. Mi chiedo cos’è l’amore, dov’è la poesia… credo nel romanticismo, in quella cosa che ti fa vedere e sentire dolcemente, in quel sentimento che mi fa vibrare e illuminare, in quel gesto che mi fa vivere.
Sono recidiva, che rapporto ha Bianconi con gli altri artisti? C’è qualcuno che ti ha ispirato fin dagli esordi? Con chi condivideresti una possibile residenza in un posto remoto e isolato?
Gli altri artisti… non mi piace la parola altri, in questo caso, gli artisti sono sentimenti di Passione, sono atti d’amore, lo scambio e il confronto sono vitali, perché tracciano un tempo. Per esempio alla Biennale di Mosca, o al MSK Museum of Fine Arts a Ghent, ho collaborato con Mark Licari e Ricardo Lanzarini a degli enormi wall drawing, lavoravamo insieme giorno e notte, i miei disegni si sovrapponevano con i loro, e viceversa, cercavamo un dialogo, un Dialogo Illuminato ( così si chiamava il lavoro di Mosca), ci rispettavamo… Abbiamo un nuovo progetto assieme in un posto isolato. Ultimamente poi, guardando il cielo, ho trovato una stella Blue. Con la mia nuova performance Draw Me sto chiedendo a tutti di disegnare sulla mia faccia in una cartolina, di spedirla a Casa Testori, sto cercando di realizzare un World Drawing Project, un progetto collettivo.
E con la critica invece? Che rapporto hai? Come vedi e vivi il rapporto tra poiesis e riflessione filosofica?
La poesia è ciò che mi lascia senza parole, la riflessione filosofica è ciò che mi fa usare le parole. Dipende dai giorni, dai momenti, dagli attimi, … alcune volte alcuni fatti ci influenzano… noi pensiamo e ripensiamo e vediamo due vie di fuga: la poesia o la riflessione… se siamo capaci a unirle diventa espressione. Ho sempre avuto come punto fermo l’essere critico verso me stesso, alcune volte non so se la critica guarda, osserva, capisce o cerca di intuire, è una domanda che continuo a farmi.
Dieci anni di performance vengono documentati e raccontati in questa mostra You and myself. Di tutte quelle presentate, se dovessi sceglierne una e una soltanto, quale ha provocato in te il sentimento nobile e precario della vertigine?
In ogni performance cerco una caduta, cerco quella perdita di equilibrio che mi fa andare altrove, che mi fa andare talmente in alto fuori da me stesso e talmente in basso dentro che stesso, in profondità, e se “la vertigine non è paura di cadere, ma voglia di volare”, io in ogni performance cerco la caduta della performance stessa, cerco la voglia di cadere per poter volare. D’altronde quando avevo 15 anni volevo fare il pilota di caccia. La vertigine più intensa l’ho provata con Time is Timing (2015), dove 300 sveglie suonavano a distanza di un secondo l’una dall’altra… alla fine tutte suonavano contemporaneamente, e io immobile al centro, paralizzato.
Mi ha incuriosita la tua passione e ammirazione per l’illusionista Harry Houdini, e sempre Luigi Meneghelli, nel testo critico, riferendosi a Sound of a charmed life realizzata nel 2010 a Praga, New York, Houston ti ha definito appunto come “fantomatico mago”. L’artista, e a maggior ragione quando esso diviene performer, è a tutti gli effetti colui che si fa beffa dell’osservatore? L’artista è sempre implicitamente un performer, anche non utilizzando la performance?
Mi piace Houdini perché lui sapeva come incatenarsi e sapeva sempre come liberarsi, in tutta la mia ricerca voglio fuggire da me stesso, voglio imprigionarmi e trovare una via di fuga, ecco perché uso la gabbia, che è si prigione, ma anche protezione e liberazione. Mi sento mago per questo motivo, voglio sempre fuggire dalla realtà, ma so che la realtà esiste. La realtà è ogni giorno, la mia vita è ogni giorno, il mio modo di esprimermi è ogni giorno, la mia mente è ogni giorno, il mio corpo è ogni giorno, l’altro è ogni giorno. L’essere o il sentirmi mago è il confrontarmi e vivere l’ogni giorno, è il rapporto continuo con l’altro. L’artista vive ogni giorno la realtà e cerca di fuggirne attraverso gesti, sentimenti, visioni o semplici segni. Per me fare una performance è cercare tutto ciò, per esempio quando ho fatto la performance Fantastic Planet nel 2016 , ripetevo all’infinito le parole Fantastic Planet, quasi fossi alla ricerca di questo fantastico pianeta… se esiste??? È un rito sciamanico, un gesto, un segno. Esiste?
Ritorniamo ai rapporti con i medium artistici. Sei un amante di cinema e letteratura? Suggeriscici un film e un libro. E con la musica? Una soundtrack per questa intervista?
Sono amante di tutto ciò che mi fa immaginare la possibile o impossibile esistenza di altri mondi, quindi guardo documentari, pochi film, tante interviste… leggo libri, ma mai partendo dall’inizio. Un film: Rat Race del 2001… superdivertente. Un libro: Lezioni Americane di Italo Calvino, ne ho 4, 5, sparsi nei vari studi. Ma anche Finnegans Wake di James Joyce. La soundtrack sicuramente è Too Much, è una canzone che avevo fatto sovrapponendo le 7 canzoni della mia vita, quindi la colonna sonora di questa intervista è la canzone della mia vita ( Eugenio Finardi sovrapposto a Michael Jackson, a Domenico Modugno, ad Aretha Franklin, a Gloria Gaynor, a Luciano Pavarotti e a Bob Dylan).
Gli Stati Uniti sono in qualche modo una terra d’adozione per te. Che rapporto hai con questo gigante dell’economia e della politica?
Era il 2007, stavo inaugurando la prima mostra negli Stati Uniti, da Barbara Davis, a Houston in Texas, avevo un grande sogno e avevo arruolato i miei Pony Express (la mostra si chiamava così)… messaggeri portatori di un messaggio. Di lì a poco, un mese dopo, mi trasferii a New York, me ne innamorai. Dopo anni considero gli Stati Uniti una seconda casa, ho la grande sensazione di un grande abbraccio, ho ossigeno che entra, certo è un paese molto complesso e difficile, ma l’importante è conoscersi per non perdersi.
Ultima domanda. Sei seduto su una sedia al tavolo di un bar di una città sconosciuta. Cosa vedi?
Ahhhh… è una situazione che mi capita spesso… Mi immagino seduto su una sedia gialla a un tavolino color legno in un incrocio tra due strade. Davanti a me persone che camminano che forse non rivedrò più, macchine che passano che forse non rivedrò più, cani che passeggiano che forse non rivedrò più, parole e discorsi di persone che non conosco, ma che mi fanno immaginare storie, …ahhh ma ricordo che ho già vissuto questo… ero in un’isola.

Federica Fiumelli






 

martedì 13 agosto 2013

Avery K. Singer. Architetta e regista di misé en scene silenziose, meccaniche e agrodolci.

Ecco pubblicato il mio ultimo articolo su una giovanissima e bravissima 
(vai di superlativi) artista newyorkese:

Avery K Singer sul Wall Street International Magazine.

Versione Italiana e versione inglese.

Enjoy!

:)

Link:

http://www.wsimagazine.com/it/diaries/report/arte/avery-k-singer_20130813152634.html#.UgrZ2tI9OSo

http://www.wsimagazine.com/uk/diaries/report/art/avery-k-singer_20130813153436.html#.Ugraa9I9OSo





REPORT - United States, Art

Avery K. Singer

She plans and register quiet mechanical and bittersweet mises-en-scene.

Avery K. Singer

It happened a few months ago, when I was reading an article published on Vogue, which it was dealing with a weekend in Berlin, that I found the work of a young artist from New York, Avery K Singer.
Born in 1987, Avery K Singer has gained a place for an art exhibition in a State-of-art gallery in Berlin, called The Kraupa – Tuskany Zeidler. The artist's works represent a mix of Cubism, neo-Plasticism, Constructivism and 3D animation, from the abstract to the concrete. It seems a “Tale of Ordinary Madness”, like Bukowski would have said. The Saturday Night scene releases a little bit of an early nostalgic flavour which comes out from a bottle full of Morandian echos. The protagonist falls on a counter. Everything seems a loneliness made of volumes and shadows, white, black and greycolors, conflicting dichotomies, alcohol and happy memories which are believed to be presumed. Everything is sculpture, a sculpture full of pain which turns into tired and rainy shadows. It seems to hear from afar the Tom Waits' rough voice that sings Blue Valentines, like a heart-rending echo.
Avery K Singer has been given us some acrylic paintings on canvas, on a black and white background, until now. She gives her works of art a suspension effect, like it was a mute film of the 30s. She realized some astonishing works, entitled “Performance Artists”, “The Great Muses”, “Interrogation Spotlight”, “Dancers around an Effegy to Modernism”. They are real constructions, mise-en-scenes, that seem to dialogue, instead of hailing from the past.
It is an authentic reconstruction of a true story, located at the present time. Avery K Singer let her artsubmit towards the primitive and mechanic, the antiquity and the future.
It wasn't impossible to avoid devisiting the angularity of the great Picassian masterpiece “Demoiselles d'Avignon”, the cubist plasticity, or the reconstructional conception of the Universe in a rational and geometrical way. In addition, it wasn't impossible to forget finding back the classical puppets, the dummies, the typical muses of the Dechirichian memory, in those standardized frozen and metaphysical situations which only Avery K Singer is able to create.
The influence of the black masks, the multiple points of view, the treatment of the geometricized and mechanomorphous bodies, plastical and independent shapes which descend from the psychical and logical perceptions.
Everything is oriented towards this concreteness, which is loved and eulogized by the cubist painters. The version represented by Avery K Singer is an instance of a substituted life, it can be described as the alcoholic side of dreams and visions. The young artist from New York is inspired by the great historical Avant-garde, she treasures this kind of artistic tendency, she takes care of her secrets, she reelaborates them, she gives her secrets a new and contemporary scent.
The Singer's painting is a nostalgic, but at the same time ever-functioning music box. The characters are usually crossed by grilled shadows. Horizontal and vertical lines meet each other like they were secret and contorted jails, or prisons full of memory from whom come out fleeting looks. Those who love admirating these masterpieces are, for sure, gorgeous and jealous of these visionary microcosms.
Moreover, in works like “Fellow Travelers, Flaming Creatures”, it seems that a talented new fashion photographer or a geometricized Avedon takes pictures of iconic models whose hair turns into real rungs and it seems that their heights keep on leading towards a gravityless lack of though. Everything is located in a crazy photographic set, obviously. What counts is the shape.
Her works realized in 2012 and 2011 are characterized by the presence of an inspiration, descending from the classical Picassian primitivism, surrounded by several solitary and naked geometrical muses. The blacks and the whites are fused on greyscales, between volumes and abstractions, which give us a transcendental and sober atmosphere, fashionable, like we were behind a vodka Martini olive juice, the typical cosmopolitan New York City cocktail, that is elegant and light, with nuanced colors and a bit of ash, fade and as a consequence a rational and plastical depot.
She plans and register quiet mechanical and bittersweet mises-en-scene. Avery K Singer will continue to wonder us, for sure.
Published: Tuesday, 13 August 2013
Author: Federica Fiumelli

Avery K. SingerAvery K. SingerAvery K. Singer

Avery K. Singer

Architetta e regista di misé en scene silenziose, meccaniche e agrodolci.

Avery K. Singer

E’ stato sfogliando Vogue qualche mese fa, leggendo un articolo su un weekend a Berlino che ho scoperto il lavoro della giovanissima artista newyorkese Avery K. Singer.

Nata nel 1987 Avery K. Singer ha avuto una personale in una delle gallerie berlinesi di ultima generazione, la Kraupa – Tuskany Zeidler. Tra astratto e concreto i lavori dell’artista sono un cocktail di cubismo, neoplasticismo, costruttivismo e animazione 3D. Sembra una storia di ordinaria follia, per dirla alla Bukowski, dal sapore nostalgico e primitivo la scena di “Saturday Night” con una bottiglia dagli echi morandiani, il protagonista si accascia su un bancone, una solitudine fatta di volumi e ombre, di bianchi e neri, di grigi, dicotomie contrastanti, alcool e presunti ricordi felici. Scolpito dai suoi stessi dolori che divengono ombre pioventi e stanche. Sembra quasi di sentire in lontananza, come un eco struggente e malinconico, graffiante la ruvida voce di Tom Waits cantare Blue Valentines.

Avery K Singer ci ha regalato fin ora acrilici su tela in bianco e nero, dando un effetto di sospensione, da film muto anni trenta.
“Performance artists”, “The Great Muses”, “Interrogation Spotlight”, “Dancers around an Effegy to Modernism”, titoli dei lavori del 2013, costruzioni, messe in scena, che sembrano dialogare piuttosto che derivare dal passato.

Una ricostruzione della storia innestata nel contemporaneo. Tra primitivo e meccanico, tra antico e futuro si perde l’arte della Singer.

Come non ritrovare le spigolosità delle forme care alle Demoiselles d’Avignon, o le plasticità cubiste, o la concezione di ricostruzione dell’universo in maniera geometrica e razionale? Come non ritrovare i fantocci, i manichini, le muse di Dechirichiana memoria, nelle situazioni congelate e metafisiche della Singer?

L’influsso delle maschere negre, la molteplicità di punti di vista, il trattamento dei corpi geometrizzante e meccanomorfo, forme plastiche autonome derivanti da percezioni psichiche o logiche, il tutto verso quella concretezza che fu cara ai cubisti. Un surrogato alla realtà, la versione un po’ alcolica di sogni e visioni, quella di Avery.

La giovane artista newyorkese si lascia ispirare dalle grandi Avanguardie storiche, ne fa tesoro, ne custodisce i segreti, li fa suoi, e li rielabora, ne da un nuovo aspetto con occhio e profumo contemporaneo, un carillon nostalgico ma sempre funzionante la pittura della Singer. I personaggi spesse volte sono attraversati da ombre a griglia, linee orizzontali e verticali si incontrano quasi a dare l’idea di una prigionia tortuosa e segreta, carceri di sguardi o di memoria, chi guarda è sicuramente un voyeur goloso e geloso di questi piccoli mondi visionari. In “Fellow Travelers, Flaming Creatures” sembra che un fotografo magari di moda, un Avedon geometrizzato scatti foto su un folle set fotografico a modelle non bioniche ma iconiche, capelli che sono gradini, altezze che portano ad assenza di gravità di pensiero. Quello che conta è la forma.

Nei lavori del 2012 e 2011 è ancora più forte la presenza di un ispirazione derivante dal primitivismo di origine picassiana, di muse solitarie dai nudi geometrici. I bianchi e i neri, fusi nell’intermezzo del grigio, tra volumi e astrazioni ci donano un’atmosfera trascendentale e sobria, chic, da martini bianco e olive, da aperitivo newyorkese cosmopolita, elegante e leggero, colori da fumo e cenere, dissolvenza e poi deposito razionale e plastico.

Architetta e regista di misé en scene silenziose, meccaniche e agrodolci Avery K Singer sicuramente ci stupirà ancora.
Pubblicato: Martedì, 13 Agosto 2013
Autore: Federica Fiumelli

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